Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. REUTERS/Yuri Gripas
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. REUTERS/Yuri Gripas

«Quando sono arrivato qui la questione era quando si sarebbero presi il Medioriente. Adesso la questione è se sopravviveranno. È una bella differenza in un anno e mezzo». È il 30 agosto 2018, il presidente statunitense Donald Trump è nello studio ovale e in un’intervista con Bloomberg fa capire che la Repubblica islamica dell’Iran è al collasso grazie alle scelte politiche della sua amministrazione.


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Gli Stati Uniti, finora, hanno sempre negato di volere un regime change ma le recenti parole di Trump a Bloomberg suggeriscono esattamente il contrario. Inoltre, il Segretario di Stato Mike Pompeo a metà mese, presentando l’Iran Action Group - neonata iniziativa per pianificare la strategia anti-Teheran - ha dichiarato che gli Usa si aspettano «cambiamenti significativi nel regime [iraniano] dentro e fuori i confini».

Prospettare un obiettivo come praticamente raggiunto - «se sopravviveranno» - mentre si lavora perché si arrivi alla sua realizzazione è una pratica rodata del discorso politico trumpiano. Articolare la narrazione del potere Usa su un piano di omissioni, mezze verità, fallaci inesattezze è anch’essa strategia nota dell’amministrazione di The Donald. Provare a destrutturare lo scheletro di questi meccanismi comunicativi può aiutare a distinguere i fatti dalla costruzione che di essi viene eleborata per arrivare a un determinato scopo. È un metodo utile per districarsi in un momento in cui le mosse americane potrebbero interferire pericolosamente nei meccanismi interni di un paese e distruggere la vita di milioni di persone.
A riavvolgere il nastro della storia recente l’attuale amministrazione Usa ha colpito l’Iran su tre fronti.

1) A maggio 2018 gli Stati Uniti sono usciti dal cosiddetto Iran deal (il Joint Comprehensive Plan of Action, l’intesa firmata nel 2015 dai Paesi 5+1 (i membri del Consiglio di Sicurezza Onu più la Germania), l’Unione europea e l’Iran per la sospensione delle sanzioni imposte da Ue e Nazioni Unite contro il programma nucleare di Teheran – i cui termini sono stati sempre rispettati dalla repubblica islamica.

2) A fine giugno l’amministrazione Trump ha ricevuto l’ok dalla Corte Suprema Usa al suo Muslim ban, conosciuto anche come Travel ban, che blocca di fatto l’ingresso negli Stati Uniti agli iraniani, rendendo praticamente impossibile l’ottenimente dei visti [qui i dettagli sul funzionamento].

3) L’America ha stabilito nuove sanzioni contro l’Iran: una prima tranche è entrata in vigore il 6 agosto, mentre una seconda tornata che ha come obiettivo stroncare il mercato petrolifero di Teheran, è attesa per il 4 novembre prossimo [qui maggiori informazioni].

Trump punta a isolare Teheran (che si stava “prendendo il Medioriente”, secondo le sue stesse parole) e, con le sanzioni che scatteranno tra due mesi e mezzo, mira anche a bloccare le esportazioni di petrolio – ovvero tutte le transazioni relative ad esso: la National Iranian Oil Company (Nioc), la Naftiran Intertrade Company (Nico), la National Iranian Tanker Company (Nitc) saranno duramente colpitee – insieme alle transazioni finanziarie con la Banca centrale dell’Iran.

Come siamo arrivati a questo punto: un’escalation annunciata
Passando al piano della costruzione del discorso e al percorso che ha condotto a questo punto, ci si accorge che l’escalation di proclami è andata in tandem con azioni politiche: ha dunque avuto una logica precisa. Il 6 ottobre, accogliendo a cena i vertici militari americani, Trump aveva parlato di «calma prima della tempesta». Non aveva menzionato esplicitamente Teheran. La stessa sera aveva aggiunto: «Teheran non rispetta lo spirito» dell’accordo sul nucleare. Poi il presidente aveva continuato, alimentando la narrazione dell’urgenza di fronte alla minaccia percepita: «Non dobbiamo consentire all'Iran di ottenere le armi nucleari».

Aveva, così, tracciato il profilo del nemico, spostando l’attenzione dall’oggetto della questione – l’accordo sul nucleare – al coinvolgimento militare iraniano rispetto alla sicurezza regionale: «Il regime iraniano sostiene il terrorismo ed esporta violenza, spargimenti di sangue e caos nel Medio Oriente. Quindi – continuava il ragionamento – l’Iran non è stato all'altezza dello spirito dell’accordo». La retorica era incendiaria, le immagini evocate erano crude, il linguaggio si componeva di slogan semplici, i contenuti e i riferimenti a luoghi, tempi e protagonisti precisi sono invece vaghi. L’equazione politica populista era così già fatta.

Due settimane prima di quella cena, il 19 settembre, al suo debutto all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il presidente Usa aveva definito l’intesa con l’Iran «un imbarazzo per gli Stati Uniti», lasciando quasi intendere – erroneamente – che si trattasse di un accordo bilaterale. Allora aveva esortato la platea Onu a intervenire, prospettando un pericolo per la sicurezza globale: «Non possiamo rispettare un accordo che fornisce copertura per l’eventuale realizzazione di un programma nucleare» a un Paese che conduce «attività destabilizzanti». Impreciso e vago, aveva rispolverato l’etichetta dell’Iran “Stato canaglia”, tanto cara a George W. Bush.

Non è, però, un caso che avesse scelto toni così tracotanti contro un Iran che da almeno quattro anni aveva voluto imprimere uno scarto in politica estera soprattutto nei confronti dell’Occidente, con il presidente pragmatico Hassan Rouhani e il ministro degli Esteri, Javad Zarif, che avevano scelto la strategia del dialogo con l’Occidente, tenendo fuori toni incendiari e retorica religiosa dalle trattative sul nucleare.

Qualche giorno dopo, il 24 settembre 2017, Trump era tornato alla carica. Questa volta il punto di partenza della sua invettiva erano i test balistici di Teheran (fuori però dalle restrizioni dell’Iran deal, cosa che però il presidente Usa non ha specificato): «L’Iran ha appena testato un missile balistico capace di raggiungere Israele. E stanno anche lavorando con la Corea del Nord. Non è un granché come accordo». Lo schema solito si riproponeva: emergenza, minaccia, intesa mendace. La Cnn due giorni dopo scriveva che non c’era nessuna prova del test.

Ricapitolando, fino a maggio 2018, ovvero quando ha lasciato l’accordo sul nucleare, Trump ha giocato confondendo fatti e costruzione di essi:

1) Ha sostenuto che all’Iran “non deve essere permesso di ottenere armi nucleari”. Ma l’Iran Deal (di cui finora Teheran ha rispettato i termini) prevedeva e prevede l’eliminazione progressiva delle sanzioni economiche imposte alla Repubblica islamica da parte dei Paesi occidentali, a condizione che l’Iran limiti il suo programma nucleare a scopi civili e consenta controlli sistematici dei suoi impianti da parte di osservatori internazionali.

2) Ha dichiarato più volte che l’intesa fornisse “una copertura per un eventuale programma nucleare”, mentre l’Europa continuava ad affermare “l’accordo funziona” e l’ambasciata britannica a Washington confermava: prima del Deal, Teheran era in possesso di 19 mila centrifughe funzionanti, aveva 8 mila chili di uranio arricchito a basso livello, nonché una riserva di materiale per armamenti nucleari. L’accordo dei 5+1 e l’Ue con l’Iran, infatti, ha fatto sì che la Repubblica islamica trasferisse il 95 per cento dell’uranio.

3) Il presidente Usa si è mostrato ripetutamente solidale al popolo iraniano “vittima di un regime” che “utilizza i suoi profitti per finanziare il terrorismo”. In realtà, la sofferenza economica degli iraniani – oltre a dei problemi strutturali interni – è stata e sarà profondamente segnata dalle sanzioni internazionali contro scambi di gas e petrolio, transazioni finanziarie e import-export per via aerea. Sabotare l’intesa non giova assolutamente al “popolo” iraniano.

4) L’America sta, quindi, esasperando la polarizzazione ideologica in Medioriente da mesi: se a febbraio twittava contro “l’accordo terribile” firmato da Obama, a maggio (mentre in Iran si votata per la riconferma o meno di Rouhani alla presidenza) dall’Arabia Saudita chiedeva ai leader arabi di “unirsi agli Usa” contro “l’Iran”, e in estate aggiungeva altre sanzioni contro Teheran, per poi minacciare l’uscita americana dall’Iran Deal a inizio autunno.

In realtà, le invettive e le omissioni di Trump rientrano in un gioco strategico e in una lotta di potere che va ben oltre la questione nucleare o balistica in sé. L’Iran ha un ruolo di contenimento rispetto all’ingerenza americana negli affari mediorientali e Ryadh ha temuto da subito la distensione dei rapporti sull’asse Washington-Teheran con l’amministrazione Obama.

Trump sta perseguendo ora un obiettivo: erodere la base di consenso della Repubblica islamica, fomentando le frustrazioni popolari contro i vertici. A dicembre 2017 aveva infatti twittato: “Quanto rispetto per il popolo iraniano che prova a riprendersi il proprio governo corrotto. Vedrete il grande supporto degli Stati Uniti a tempo debito”.

Le ultime dichiarazioni a Bloomberg fanno temere una pericolosa accelerata che potrebbe avere effetti devastanti per gli iraniani e ripercussioni in tutta la regione.

@transit_star

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