La scommessa dell’industria auto in Iran e le speranze della working class

Il 12 febbraio scorso la tv iraniana snocciolava i dati di crescita della produzione auto nella Repubblica islamica: +40% in poco meno di un anno. Erano i giorni della Quarta Conferenza Internazionale dell’Industria automobilistica.  C’erano Citroën, Peugeot, Scania e Renault tra gli altri grandi brand provenienti da Turchia, Germania, Spagna, Italia, Giappone. Mansour Moazzami, a capo dell’Industrial Development and Renovation Organization, prometteva numeri oltre il milione di auto prodotte entro fine marzo.

Un operaio specializzato lavora alla produzione di un’auto della casa automobilistica Iran Khodro, a Tehran. REUTERS/Raheb Homavandi
Un operaio specializzato lavora alla produzione di un’auto della casa automobilistica Iran Khodro, a Tehran. REUTERS/Raheb Homavandi

Nell’anno zero di Teheran, nell’era del post-sanzioni fare accordi con compagnie straniere è de facto «un’occasione d’oro». Ma cosa significa davvero per gli iraniani?

Non solo numeri

In un Paese di 80 milioni di abitanti, dove l’industria automobilistica rappresenta il 10% del Pil (al secondo posto dopo il petrolio) ed è la diciottesima al mondo, la scommessa del settore vuol dire rientrare nella piazza internazionale e dare respiro al mercato interno. Lasciate alle spalle le politiche protezioniste dell’era Ahmadinejad, per la working class iraniana è un’opportunità anche e soprattutto di lavoro, perché in ballo ci sono nuove produzioni in loco.

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A gennaio 2016, quando si sanciva l’inizio dell’implementazione dell’accordo tra i Paesi 5+1, l’Ue e l’Iran  e quindi la fine – o meglio, la sospensione – delle sanzioni imposte da Unione europea  e Nazioni Unite  [gli Stati Uniti sono stati in cima alla lista dei sanzionatori, ndr] contro la Repubblica islamica, il CEO di Renault e Nissan, Carlos Ghosn, aveva dichiarato che quello iraniano è «un mercato molto promettente che oggi vale poco più di 1 milione di auto all'anno ma ha il potenziale di andare a 1,5 o anche 2 milioni». Aggiungeva: «Siamo pronti per andarci ma vogliamo farlo in un modo che sia sostenibile».

A pochi giorni di distanza il viceministro dell’Industria Mohsen Salehi-Niya aveva specificato che non ci sarebbe stata nessuna reticenza ad accettare investimenti anche da aziende statunitensi, a condizione che si ragionasse su una «mutua cooperazione, per la creazione e l’espansione di unità industriali, per investimenti e la creazione e lo sviluppo di piattaforme attraverso la promozione delle industrie locali e l'utilizzazione delle capacità dei produttori iraniani di componentistica».

A dodici mesi di distanza qualcosa si muove, dopo anni difficili. Le sanzioni, infatti, avevano bloccato accordi di lunga data con diverse aziende internazionali, tra cui anche l’italiana Fiat. La prospettiva al momento più probabile, almeno per Peugeot, sembra essere una joint-venture con il primo costruttore di auto nel Paese, Iran Khodro, già storico partner.

I lavoratori al centro

Il discorso economico e politico si intreccia con la vita reale dei lavoratori che sono i veri protagonisti delle fabbriche iraniane di oggi. Sul breve periodo i nuovi progetti di sviluppo economico sembrano orientati alla creazione di nuovi posti di lavoro, aspetto fondamentale in un contesto dove la disoccupazione è all’11,8%. 

Meno chiaro, invece, è cosa porteranno i nuovi investimenti nella quotidianità lavorativa della working class in un futuro più lontano: 1) in termini contrattuali (in un panorama sempre più precarizzato – specialmente a partire da metà degli anni Novanta) e 2) rispetto alla rinegoziazione dello spazio occupato nella dimensione pubblica.

Tra passato e presente

La storia recente dell’Iran insegna che il ruolo dei lavoratori è stato cruciale durante gli ultimi mesi che hanno portato al successo della rivoluzione del 1979. Come hanno scritto  gli storici Ahmad Ashraf e Ali Banuazizi, «quando i lavoratori dell’industria hanno finalmente aderito alla coalizione rivoluzionaria, il loro contributo è stato significativo. Insieme ai colletti bianchi e agli impiegati, hanno chiuso [l’accesso, ndr] alle industrie e a molti servizi essenziali e, infine, hanno paralizzato l’apparato statale». Sono lontani i tempi in cui Ruhollah Khomeini ai microfoni di Radio Teheran diceva che «il dovere del governo è fornire i mezzi di produzione per i lavoratori» perché il lavoro era un «dovere religioso». Erano gli anni della guerra con l’Iraq e il discorso del potere mirava ad incitare gli operai a produrre per la Repubblica islamica.

Oggi anche la narrazione politica segue schemi diversi. Il linguaggio si è trasformato, e l’attrazione di capitali esteri, per esempio, è diventato un tema fondamentale, come ha detto chiaramente il presidente Hassan Rouhani: «Il cammino futuro della Repubblica islamica dell’Iran è quello della crescita economica e delle esportazioni non petrolifere, attraendo capitali nazionali ed esteri, e creando posti di lavoro per le persone istruite».

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