Teheran e la trappola delle disuguaglianze

È il 27 dicembre 2016, il quotidiano iraniano Shahrvand pubblica un reportage dal cimitero di Nasir Abad. Si trova nei sobborghi di Shahriar, nella provincia di Teheran. Nelle immagini, scattate da Saeed Gholahoseini, si vedono tombe vuote, una cinquantina di uomini e donne ci vivono dentro.

Photo credit http://www.isna.ir/

Sono senzatetto, cercano rifugio dal freddo, si riparano a turno nei loculi striminziti, fino a tre o quattro alla volta. Durante il giorno si allontanano, elemosinano qualche soldo, vanno alla ricerca di cibo o droga, si legge su Shahravand. È una selva di solchi nel terreno ad ospitarli e a raccontare la trappola delle disuguaglianze dell’Iran di oggi. Le foto rimbalzano sui social media, in poche ore sollevano un dibattito pubblico nel Paese.

Alle 8 di sera il regista Asghar Fahradi, Palma d’oro a Cannes per “Il Cliente”, dalle colonne della sua bacheca Facebook pubblica una lunga lettera aperta al presidente Hassan Rouhani. «Sono soffocato dalla vergogna», scrive Farhadi. «Perché e quando» si è arrivati a tutto ciò? Si chiede il regista. A ventiquattro ore di distanza Rouhani replica. «Chi può accettare che decine di concittadini trovino riparo nelle tombe perché senzatetto?», dichiara. E ancora: «È insostenibile per il governo e per le persone». Invoca una campagna anti-corruzione, si appella alla solidarietà sociale.

A maggio 2017 sono in programma le prossime elezioni, è probabile che il presidente corra per un secondo mandato di quattro anni. E l’Iran del post-sanzioni, quello che si è riaffacciato sulla piazza globale dopo anni di difficoltà economiche e che sta provando a rialzarsi, deve fare i conti con le disuguaglianze sociali e la povertà.

Giustizia sociale contro la povertà: i numeri e la storia

Quasi quarant’anni fa l’ayatollah Ruhollah Khomeini mobilitava i rivoluzionari del 1979 in nome dei mostazafan, gli oppressi. Oggi la retorica della giustizia sociale torna preponderante nel discorso politico, ma soprattutto nelle esigenze degli iraniani.

Al di là dei titoli di giornale, la realtà è parecchio più complessa. Le immagini di Nasir Abad raccontano una fetta del Paese, ma i numeri e la storia ci aiutano a fare luce su un contesto multisfaccettato che si è evoluto nel tempo ed è in costante trasformazione.

Le differenze sociali tra città e campagne

Osservare povertà e disuguaglianze in Iran attraverso la lente binaria realtà urbana/realtà rurale è fondamentale per spiegarela differente distribuzione di ricchezza e quindi il gap tra ricchi e poveri nelle città e nelle campagne.

Nel 1977, all’epoca dello Scià, il 25 per cento delle famiglie cittadine e il 43 per cento di quelle rurali vivevano sotto la soglia di povertà. Subito dopo la rivoluzione il tasso di povertà è diminuito, per poi risalire durante gli ultimi quattro anni della guerra Iran-Iraq. I numeri sono scesi nuovamente negli anni Novanta, quelli della “ricostruzione” e delle riforme economiche.

Come spiega lo studioso Djavad Salehi-Isfahani sul Journal of Economic Inequality, rispetto al periodo pre-rivoluzione i livelli di povertà sono stati largamente ridotti grazie alle politiche sociali della Repubblica islamica. Le disuguaglianze sociali, però, sono rimaste un problema per i diversi governi che si sono succeduti, nonostante l’ascesa della classe media e i livelli di istruzione sempre più alti nel Paese.

Durante i due mandati del presidente riformista Mohammad Khatami (1997-2005), i dati relativi alla povertà si sono assottigliati costantemente di due punti percentuali ogni anno. Con il governo di Mahmoud Ahmadinejad, invece, la situazione è gradualmente peggiorata a causa del taglio ai sussidi pubblici (una riforma pensata per tentare una manovra di redistribuzione del denaro, ma poi rivelatasi fallimentare).

Così, nel 2014, dopo anni di mala gestio, inflazione alle stelle e per via delle sanzioni internazionali contro il programma nucleare di Teheran, sette milioni di iraniani vivevano sotto la soglia di povertà.

La bipolarità di Teheran come caso emblematico

Al di là della dicotomia città-campagna, per raccontare le profonde differenze sociali in termini di istruzione, sanità e redistribuzione della ricchezza, Teheran è un caso emblematico. Come scrive un gruppo di ricercatori in uno studio del 2012, pubblicato su Social Science & Medicine, caratteristica peculiare della capitale iraniana è una «persistente bipolarità in termini di prospettive sociali». La parte meridionale della città è maggiormente afflitta, rispetto a quella settentrionale da analfabetismo, povertà infantile, disoccupazione e scarso accesso ai servizi pubblici.

La sfida

Le immagini dei senzatetto tra le tombe hanno fatto giustamente sollevare un problema tanto urgente quanto insostenibile politicamente. Alcuni studi recenti fotografano un Iran dove la redistribuzione delle risorse di prima necessità è abbastanza equa sia nelle aree urbane che in quelle rurali, e a Teheran nord come a Teheran sud, ma la sanità è ancora la vera sfida. E c’è ancora molto da fare.

@transit_star 

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