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Al-Shabaab: vogliono i soldi, non i cristiani

Le foto della strage di studenti in Kenia hanno fatto il giro del mondo. Ci voleva una carneficina per portare in Europa un angolo di Corno d’Africa, uno dei tanti dove si vive male e si muore peggio. La città è Garissa, i morti sono148, gli attentatori quattro e i mandanti si chiamano al Shabaab, il movimento di fondamentalisti proveniente dalla limitrofa Somalia. Dato che gli assassini erano islamici e le vittime cristiane, in Italia è stata subito percepita come una guerra di religione, con relativo appello del Papa in sostegno ai fratelli di confessione oppressi in tutto il mondo.

Mombasa, Kenya A university student reacts during a demonstration condemning the gunmen attack at Garissa University campus in the Kenyan coastal port city of Mombasa April 8, 2015. Kenya needs more help from its U.S. and European allies with intelligence and security measures to help prevent further massacres by Somali militants, Foreign Minister Amina Mohamed told Reuters. Last week's killing of 148 people at a university has piled pressure on President Uhuru Kenyatta to stop frequent gun and grenade assaults staged on Kenyan soil by the al Shabaab group, which is aligned to al Qaeda. REUTERS/Joseph Okanga

 La realtà è un po’ diversa. A Garissa, in Kenia, gli oppressi sono islamici e per disperazione o per lucro alcuni di loro diventano fanatici e si arruolano con i terroristi. Il terreno è talmente fertile per chi voglia esercitare violenza da quelle parti che anche se l’intelligence keniana sostiene di aver avuto informazioni su un possibile attacco, nessuna forza di sicurezza è intervenuta per salvare le vite di quegli studenti.

Cosa succede dunque al confine tra Somalia e Kenia? Si uccide in nome di dio per guadagnarsi la pagnotta. La maggior parte dei sedicenti jihadisti si becca un panino, ma qualcuno può aspirare anche a un bel banchetto. In ballo ci sono i soldi di al Qaeda.

La zona nord orientale del Kenia è abitata in maggioranza da popolazioni di etnia somala, una minoranza di religione musulmana, che ha sempre denunciato di essere discriminata. Con l’affermarsi di al Shebaab in Somalia, dove il movimento islamico ha controllato la maggior parte del territorio fino al 2011, la popolazione della zona ha cominciato a subire soprusi da parte della polizia anti terrorismo, che arrestava e molestava chiunque sospettasse di fiancheggiare i jihadisti. Le violenze, documentate anche da Human rights watch, hanno alimentato il risentimento in una regione poverissima, senza strade e sicurezza e soprattutto senza lavoro. Disoccupati in queste condizioni, sono i migliori candidati ad arruolarsi come fondamentalisti. Soprattutto se le reclute cominciano a mancare, perché in Somalia ormai gli attacchi militari degli Stati Uniti hanno indebolito molto al Shebaab, arrivando, nel 2014, a uccidere il loro leader Ahmed Godane.

La scusa per intervenire direttamente in Kenia, poi, le ha fornite proprio il governo di Nairobi. Nel 2011 le truppe keniane hanno sconfinato in Somalia, ufficialmente per sostenere il governo transitorio filo occidentale, ufficiosamente per creare uno Stato cuscinetto tra i due Paesi. Qui progettava di sacrificare l’etnia somala sull’altare del jihadismo, risarcendola con una formale autonomia amministrativa. Ma al Shebaab, da quel momento, ha avuto una scusa per intervenire oltre confine, proclamando la rappresaglia contro uno Stato invasore. E già che c’erano, hanno rubato l’idea al Kenia, progettando di costruire un nuovo Stato in nome della sharia. Tra la regione somala di Kisimayo e il nord est keniano, là dove secondo Nairobi dovrebbe sorgere un’entità territoriale cuscinetto, secondo al Shebaab potrebbe invece nascere un competitor del califfato Isis. Uno Stato di al Qaeda, l’organizzazione terrorista alla quale i guerriglieri somali sono affiliati dal 2012. Anche i combattenti, in parte, li avrebbe forniti il governo del Kenia, che ha varato un programma d’addestramento – nel corpo dei forestali – degli abitanti della zona di confine. L’obiettivo era quello di formare milizie per conquistare la Somalia meridionale, ma molti degli arruolati sarebbero poi passati dall’altra parte, attratti dalle prospettive di lucro offerte da al Shabaab. Infatti, grazie all’affiliazione con al Qaeda, i somali hanno qualche soldo da spendere. Ed è proprio con attentati come quello di Garissa che riescono ad accreditarsi con l’organizzazione del fu Bin Laden, dimostrando di saper finire in prima pagina in nome dell’islam. Così al Shabaab può sperare di conservare il sostegno e i finanziamenti dei ricchi patron della rete terrorista, che in quella zona ha ancora un successo superiore a quello dello Stato Islamico. D’altronde il Corno d’Africa, anche senza il petrolio dell’Iraq, è molto attraente per i mercanti di jihad: in nessun altro luogo le reclute costano meno.

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