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Isis Goes Global. Cinque teorie sul terrorismo jihadista

Se analizzare il funzionamento di al Qaeda era relativamente semplice, oggi la sovrapposizione di più organizzazioni terroristiche, alcune affiliate allo Stato Islamico, altre alla rete che fu di Bin Laden, rende il lavoro degli analisti sempre più complicato. Gli scenari vengono disegnati a seconda della latitudine da cui si guarda il fenomeno. E i risultati sono a volte stupefacenti.

NIBAI, Iraq - Iraq's Shi'ite paramilitaries and members of Iraqi security forces hold an Islamist State flag which they pulled down in Nibai, in Anbar province May 26, 2015. Iraq's Shi'ite paramilitaries said on Tuesday they had taken charge of the campaign to drive Islamic State from the western province of Anbar, giving the operation an openly sectarian codename that could infuriate its Sunni Muslim population. REUTERS/Stringer

DALLA RUSSIA

Seconda Igor Sergun, capo dei servizi segreti militari russi (Gru), se il terrorismo ha preso piede è solo grazie agli Stati Uniti. Sia i gruppi che ricevono sostegno dallo Stato islamico - Ansar al Sharia in Libia, Boko Haram in Nigeria, al Shabaab in Somalia, che gli affiliati di al Qaeda – Talebani in Afghanistan e Pakistan, Hizb-ut-Tahrir in Asia centrale, non si sarebbero sviluppati se non fosse stato per l’intervento degli Occidentali. In particolare sono gli americani a nutrire sempre gli embrioni di queste organizzazioni terroristiche. Lo hanno fatto in Afghanistan negli anni Ottanta con i mujaheddin contro i sovietici e lo hanno fatto in Siria dal 2011 per contrastare il regime di Assad, finanziando gruppi d’opposizione che poi hanno ceduto il posto a Stato Islamico e Brigate al Nusra. Stessa cosa in Libia, dove sono stati aiutati gli islamisti ribelli contro Gheddafi. Sergun riconosce che i soldi non vengono solo dagli Stati Uniti e che oggi ricevono aiuti da almeno 200 organizzazioni no profit e fondazioni che hanno sede nella penisola arabica. E poi ci sono le risorse tratte dal traffico di droga , che frutterebbero agli islamisti 500 milioni di dollari l’anno. Il russo ricorda anche che ci sono gruppi indipendenti sia da al Qaeda che dallo Stato Islamico, come Jamaa Islamiya, che vuole creare uno stato islamico tra Brunei, Indonesia, Malesia, Singapore e le province musulmane delle Filippine.

DALLA CASA BIANCA

Secondo Barack Obama uno dei motivi per cui si sviluppa il terrorismo è il  cambiamento del clima. Il presidente Usa sostiene che il surriscaldamento globale costituisca una grave minaccia alla sicurezza degli americani e che i militari dovranno prepararsi a combattere nuove sfide, ad esempio nell’Artico e in altre regioni costiere vulnerabili all’innalzamento dei mari. Il terrorismo islamista sarebbe legato ai danni creati dal surriscaldamento perché una grave siccità in Medio Oriente tra il 2006 e il 2010 avrebbe causato la scarsità alimentare che ha condotto i siriani a ribellarsi ad Assad. Francesca de Chatel, esperta internazionale di risorse idriche in Medio Oriente sostiene che sia arduo collegare le due questioni. I periodi di siccità, infatti, non sono una novità per l’area, mentre di nuovo c’è stato l’atteggiamento del presidente siriano, che ha diminuito i sussidi per gli agricoltori e per la benzina, oltre ad aver male utilizzato le risorse idriche. In più, c’è stata la spinta ideale fornita dalle primavere arabe in Maghreb.

DALL’ANTITERRORISMO

Il terrorismo globale oggi va combattuto diversamente perché è entrato nella fase del lupo solitario. Il segretario alla sicurezza interna Usa Jeh Johnson sostiene che il pericolo maggiore per l’America venga da quei jihadisti che attraverso internet ordinano a distanza gli attacchi terroristici. Il rischio è ovunque e in qualsiasi momento. I militari americani devono formarsi in modo da essere pronti agli attacchi individuali e aumentare i controlli dei documenti di identità e le ricerche sui sospetti. Le comunità locali devono essere preparate a rispondere a questi attacchi.

DALL’ARABIA SAUDITA

L’obiettivo del terrorismo è dividere il mondo islamico, approfittando della frattura tra sunniti e sciiti. L’ha detto il ministro degli esteri saudita Adel al Jubeir alla conferenza dell’Organizzazione dei paesi della cooperazione islamica in Kuwait. La dimostrazione della sua terora sarebbe il conflitto in Yemen, che vede schierati sunniti contro sciiti. Secondo il saudita e secondo i suoi colleghi kuwaitiani bisogna investire nella consapevolezza dei musulmani che proprio la loro religione e il loro impegno nella società civile è il miglior antidoto all’estremismo. Bisogna dare strumenti e potere ai giovani più a rischio di essere radicalizzati. E bisogna contrastare i discorsi d’odio anti islamici che dettano legge oggi in Paesi come il Myanmar (contro la minoranza musulmana dei Rowinga). Fondamentale fermare il conflitto in Mali e in Somalia.

DALLA GIORDANIA

Il terrorismo si combatte costruendo infrastrutture. Il ministro degli esteri giordano Hani Mulki durante il World economic forum ha sostenuto che costruire condutture per l’acqua e reti elettriche in Medio oriente sarebbe la miglior lotta al terrorismo. Perché creerebbe una regione interdipendente e diminuirebbe i rischi di attrito tra le popolazioni. E ricorda che solo il 5 per cento del Pil dei paesi mediorientali viene speso in infrastrutture.

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