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Jihadisti contro il terrorismo, non contro il jihad

Per convincere i giovani a non arruolarsi coi jihadisti non ci si scaglia contro il jihad. Secondo Mourad Bencellali, ex combattente di al Qaeda ed ex prigioniero di Guantanamo, raccontare la sua esperienza scoraggia gli aspiranti foreign fighter soltanto se lui non attacca il concetto di guerra santa.

REUTERS/Bob Strong

Per convincerli a non partire, è meglio mostrare come le reti terroristiche non rispettino i principi della sharia e combattano una lotta sanguinaria senza regole e pietà.

Il 33enne francese incontra gli alunni delle scuole almeno una volta a settimana, e non solo in Francia. Le sue lezioni vengono seguite anche in Svizzera e Belgio e i ragazzi stanno molto attenti, perché avere di fronte un uomo che è stato per più di due anni a Guantanamo non capita tutti i giorni. Bencellali sa che in mezzo al suo pubblico c’è qualcuno che subisce il fascino del jihad proprio come lo subì lui, a 19 anni, quando decise di partire per Kandahar come se fosse una “avventura romantica”.

Quando è arrivato a destinazione, però, ha trovato altro: un allenamento fisico sfiancante sotto il sole cocente, proiezione obbligatoria di video di propaganda e un continuo lavaggio del cervello. E poco dopo, l’invasione americana, da cui Mourad ha provato a scappare fuggendo in Pakistan. Ma le forze Usa l’hanno catturato e rinchiuso in una gabbia, un metodo di detenzione che lui oggi ha denunciato mediaticamente e penalmente, facendo causa agli Stati Uniti per sequestro e tortura.

Anche jihadisti dell’altro fronte, quelli scappati dallo Stato Islamico, si pentono e raccontano la loro esperienza per scoraggiare altri volontari a partire. I media occidentali, ma anche quelli sauditi, fanno a gara per intervistarli, anche mentre sono ancora sulla via della fuga. Come ha fatto la rete americana Cbs con Abu Ibrahim, che ha combattuto sei mesi in Siria e nel febbraio 2015 è stato contattato mentre cercava di scappare. Abu Ibrahim ha sostenuto di essere stato sconvolto dalla brutalità di Is, in particolare dalle crocifissioni e da una coppia lapidata perché accusata di adulterio. "La gente arriva esaltata dai video che ha visto su youtube, ma la realtà è ben diversa", ha detto, "non sono contrario ad uccidere chi viola la sharia, ma c’è un paletto oltre il quale non si può andare:  decapitare lavoratori di organizzazioni umanitarie e giornalisti non è accettabile. Non sono combattenti e quindi sono innocenti. È vero, ci pagano da mangiare, ci trovano da dormire e soddisfano le nostre necessità basilari, ci danno 33 sterline al mese e d’inverno 66, per comprare panni più pesanti, ma ci tengono sotto stretto controllo, non possiamo muoverci e ci sentiamo come in prigione. Sono paranoici, pensano continuamente di essere spiati e giustiziano i sospetti traditori. Io mi sono reso conto che non stavo facendo ciò per cui ero andato - aiutare il popolo siriano – e per questo sono scappato".

Radio Free Europe, invece, ha intervistato un tagiko, tornato a casa dalla Siria: "Mi hanno cooptato su internet. C’è un sito che dice: questo è il sentiero giusto, il sentiero verso Allah. E poi ci sono letture in cui ci viene assicurato che avremo un premio immenso se diventeremo martiri. Appena arrivati, gli altri guerriglieri cominciano a incitarti a uccidere chiunque, anche donne e bambini".

Per frenare l’esodo verso il Medio Oriente, le autorità kazake hanno adottato misure estreme, come quella di vietare il pellegrinaggio alla Mecca di tutti i giovani sotto i 35 anni. In Arabia, infatti, rischierebbero di essere cooptati dai gruppi combattenti. Per rispondere alle accuse di fiancheggiare il terrorismo, il regno saudita pubblicizza i suoi “centri di riabilitazione per jihadisti” con i quali avrebbe aiutato i connazionali a reinserirsi dopo essersi arruolati in al Qaeda. Piscina olimpionica, spa e altri lussi presenti nei centri favorirebbero il processo, che consiste nel “destrutturare” i fattori sociali, politici e religiosi che hanno spinto queste persone ad abbracciare il terrorismo. "Dei 3mila ex combattenti che sono usciti di prigione"  ha sostenuto il portavoce del ministro dell’Interno, "solo il 10 per cento è stato recidivo". Eppure le indicazioni date ai jihadisti dai nuovi formatori non sono così chiare: "È giusto che i musulmani si aiutino tra loro, ma solo a certe condizioni possono condurre un jihad: il leader del Paese dove si combatte deve essere d’accordo e i genitori devono dare il loro permesso". Jihad sì dunque, ma solo se vogliono mamma e papà. 

@ceciliatosi

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