La sottile linea tra Sudan e Stato islamico

Gli americani sono famosi per fornire le armi ai loro nemici. Non lo fanno direttamente, ma se riempiono di fucili M-16 e di veicoli corazzati Humvee un esercito debolissimo come quello afgano o come quello iracheno è evidente che presto finiranno in mano ad al Qaeda o all'Isis.

Gouz Dango, SudanSudanese President Omar Hassan al-Bashir gestures as he leads victory celebrations after the Sudanese Armed Forces (SAF) and the Rapid Support Forces (RSF) defeated the Justice and Equality Movement (JEM) rebels during his visit to the battle area of Gouz Dango in South Darfur April 28, 2015. REUTERS/Stringer

Il passaggio di mano è diventato così evidente che il giornalista del Wall Street Journal Julian Barnes nel 2014 ha ribattezzato la nuova iniziativa del Pentagono contro i jihadisti “Operazione Hey quello è il mio Humvee!”. Ma il tempo passa e anche nello Stato islamico le cose cambiano.

Quest’anno un investigatore del Conflict Armament Research, organizzazione indipendente britannica, ha scoperto che i fucili sottratti dai curdi di Kobane ai militanti dello Stato Islamico erano cinesi. Per l’esattezza dei CQ, copie asiatiche dei famosi M-16 americani. Il numero di serie era stato grattato via e il punto abraso era ritoccato con vernice nera, nello stesso modo in cui erano stati manomessi identici CQ in Sud Sudan nel 2013. L’organizzazione Small Arms Survey di Ginevra, infatti, aveva documentato la presenza di tali armi in mano ai ribelli nubiani, che avrebbero sottratto i fucili all’intelligence sudanese. Anche le cartucce usate dallo Stato Islamico sarebbero made in China, prodotte nello stesso anno (2008) di quelle presenti in Sudan.

La scoperta conferma la potenza internazionale di Is, che lega ormai in uno stretto rapporto il Medio Oriente e quei Paesi dell’Africa orientale dove le guerre croniche hanno creato terreno fertile per i jihadisti.

Come il Sudan, dove dal 1989 governa Omar al Bashir, un presidente che ha imposto la sharia e che non nasconde la sua simpatia nei confronti dei fondamentalisti. Da questo Paese partono continuamente volontari diretti in varie parti del mondo per combattere la guerra santa. I movimenti jihadisti hanno cominciato a prosperare in Sudan nel 2011, quando le primavere arabe hanno rovesciato i regimi del Maghreb e creato l’anarchia necessaria per la crescita dei gruppi fondamentalisti. Le università sudanesi si sono riempite di predicatori, lasciati liberi di fomentare i giovani e di reclutarli per la guerra santa. I ragazzi hanno cominciato a partire per combattere in Somalia, in Mali, in Libia, in Siria e in Iraq.

E il presidente li ha lasciati fare, nonostante gli appelli dei genitori, che vanno a cercare i loro figli ai confini tra Turchia e Siria e si rifiutano di perderli per sempre. Sono altri i problemi che preoccupano Omar al Bashir. C’è la guerra sempre aperta con i ribelli del Darfur – colpevoli di essere neri e di bere la stessa acqua che serve alla popolazione di etnia araba – e ci sono le dispute territoriali con il giovane Stato del Sud Sudan. Di fronte a questo caos, sostiene il presidente, il fondamentalismo non è preoccupante, perché non costituisce un pericolo diretto per il suo governo. Una posizione che, a suo dire, è condivisa dalla gran parte della popolazione, tanto che gli elettori continuano a confermarlo al potere. Proprio in questi giorni, infatti, Bashirha conquistato un nuovo mandato con un consenso sorprendente: 94 per cento dei voti. Le elezioni sono durate quattro giorni, dal 13 al 17 aprile, e 13 milioni di persone avrebbero votato in 11mila urne. Anche sei giornalisti presenti a Khartoum hanno dichiarato di aver visto i seggi deserti, Bashir non si preoccupa. Per uno che è già stato incriminato dalla corte penale internazionale per crimini contro l’umanità, la libera e trasparente informazione non è una priorità.

@ceciliatosi

 

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