Meglio fumatore che musulmano. La strategia antiterrorismo della Cina

La Cina ha paura dei jihadisti. Dai tempi dell’11 settembre Pechino non smette di ripetere che anche nel suo territorio il pericolo di attentati è alto, soprattutto a causa degli uiguri, la minoranza musulmana che abita nella regione dello Xinjiang. Da sempre visti con sospetto, questi cinesi di serie B sono oggi considerati un covo di terroristi, tutti pronti a partire per l’Iraq e combattere con lo Stato Islamico.

A Muslim man from the Chinese Hui minority reads the Koran as others listen in a sitting room in Aksu, Xinjiang Uighur Autonomous Region July 27, 2012. Picture taken July 27, 2012. REUTERS/Stringer
A Muslim man from the Chinese Hui minority reads the Koran as others listen in a sitting room in Aksu, Xinjiang Uighur Autonomous Region July 27, 2012. Picture taken July 27, 2012. REUTERS/Stringer

Pochi giorni fa le agenzie cinesi hanno comunicato che tre uiguri stavano cercando di scappare per unirsi ai jihadisti e che sul confine hanno ingaggiato una sparatoria con i poliziotti, per poi scomparire. Il commissariato locale ha diffuso un identikit dei sospetti e messo una taglia di 10mila yuan (1400 euro) su ciascuno. È tutta colpa del movimento islamico dell’Est Turkestan, sostengono le autorità, che invoca l’indipendenza dello Xinjiang e spinge gli abitanti verso il fanatismo religioso.

Non è d’accordo Dilxat Rexit, portavoce del Congresso mondiale uiguro, che sostiene un’altra ipotesi: la gente attraversa il confine per scappare dall’oppressione governativa, non per fare il terrorista. Ma Pechino ha la sua versione e se la tiene stretta. Per frenare il fenomeno ha anche istituito un’unità speciale di sicurezza, chiamata “4.29”, che dovrebbe indagare sui trafficanti d’uomini attivi sul confine meridionale. I cittadini cinesi sono corteggiati dagli estremisti nello stesso modo di quelli occidentali, dichiarano, e 852 persone sono già riuscite ad attraversare il confine illegalmente. Il governo sostiene che i fuggitivi siano passati dal Vietnam per poi raggiungere i campi di addestramento jihadisti in vari Paesi ed è convinto che sia necessario fermarli ad ogni costo. Peccato che per combattere il fanatismo in Xinjiang, Pechino non trovi di meglio che attuare una politica repressiva nei confronti di tutti i musulmani, al punto di obbligare i negozi di alimentari a vendere alcolici e sigarette.

Secondo Radio Free Asia, infatti, tutti i ristoranti e i supermarket di Aktash, un villaggio uiguro, devono mettere in mostra almeno cinque marche diverse di alcolici e sigarette se non vogliono che la loro licenza commerciale venga sospesa. I proprietari rischiano anche un’azione legale se si rifutano di vendere ciò che nella religione musulmana è proibito consumare. Secondo il municipio di Aktash l’obiettivo dell’ordinanza è di aumentare la concorrenza e rendere più convenienti queste merci per i clienti, ma la maggior parte della popolazione è convinta che sia solo un’intimidazione contro i musulmani. D’altronde non è il primo segno di ostilità da parte di Pechino, se si considera la rigidità con cui viene applicato il controllo delle nascite in Xinjiang e anche la recente decisione di ritirare intere classi di bambini dalle locali madrasse per inserirli in scuole statali.

Per giustificare i propri pregiudizi, le autorità cinesi continuano a lanciare allarmi sulla presenza di terroristi all’interno dei propri confini. L’ultimo è quello del professor Yang Nu, esperto di antiterrorismo all’Università di Lanzhou, che segnala un particolare interesse dello Stato Islamico verso Hong Kong. La città stato ormai inglobata dalla Repubblica Popolare sarebbe una zona ideale per il reclutamento di jihadisti vista la presenza di molti musulmani e vista anche la posizione, facilmente raggiungibile dai cittadini di Indonesia, Filippine e Malesia, Paesi con forte presenza islamica.

Yang Nu sostiene inoltre che Hong Kong sia una buona piazza per i reclutatori grazie alla forte presenza di giovani con bassa autostima, come denunciano le ricerche internazionali: gli abitanti di questa città hanno ancora meno fiducia in se stessi dei giapponesi. I militanti di Isis sarebbero proprio a caccia di questi giovani, facilmente reclutabili perché attratti dalle promesse di amicizia cameratesca e dal senso di appartenenza che si respira tra i ranghi dei fanatici. Dopo averli spinti a radicalizzarsi, Isis li manderebbe in Indonesia, Malesia e Thailandia per addestrarli e infine a combattere nel califfato di Siria e Iraq. Uno strano tragitto, quello ipotizzato da Yang Nu, che forse non è stato ancora tracciato, mentre è certo che qualche jihadista cinese sia già arrivato in Siria attraverso il classico scalo in Turchia, dove la scorsa settimana sono stati arrestati sette cittadini della Repubblica Popolare intenzionati a raggiungere i miliziani dello Stato Islamico. D’altronde, da popolazione turcofona, gli uiguri nella repubblica anatolica possono ancora comunicare, mentre una volta passato il confine potranno parlare solo la lingua delle armi.    

@ceciliatosi

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