Tutti i nemici dell'Isis

L’avanzata dei jihadisti dello Stato Islamico corrisponde sempre più a un risorgimento sciita. A combattere contro i terroristi sunniti di Is, infatti, sono spesso eserciti o milizie che professano la stessa fede degli ayatollah iraniani.

AL-ALAM, Iraq A member of militias known as Hashid Shaabi stands next to a wall painted with the black flag commonly used by Islamic State militants, in the town of al-Alam March 10, 2015. Iraqi troops and militias drove Islamic State insurgents out of al-Alam on Tuesday, clearing a final hurdle before a planned assault on Saddam Hussein's home city of Tikrit in their biggest offensive yet against the ultra-radical group. REUTERS/Thaier Al-Sudani

In Siria i soldati di Assad – tradizionalmente appartenenti alla branca alawita della confessione sciita – in Iraq le formazioni fedeli ad al Sistani e alleate del governo di Teheran, in Yemen i ribelli Houti filo iraniani e in Bahrein i manifestanti pacifici della maggioranza sciita contro la minoranza sunnita al potere. A prestare aiuto a tutti questi gruppi non solo il governo degli ayatollah, ma anche il Partito di Dio libanese, meglio conosciuto come Hezbollah, che quando può manda i suoi uomini a sostenere la guerra contro i “sunniti prevaricatori”.

Ma quella che sta travolgendo il Medio Oriente non è una guerra confessionale interna all’Islam, è – molto più semplicemente - una lotta di potere. Quella tra Arabia Saudita e Iran. Sono questi due Paesi a strumentalizzare la divisione tra sunniti e sciiti per guadagnarsi la supremazia regionale. I sauditi hanno finanziato i gruppi ribelli in Siria, sostengono la minoranza sunnita in Bahrein, sono sospettati di aver alimentato la crescita di al Qaeda in Yemen e dello Stato islamico in Iraq. D’altra parte, gli iraniani stanno sfruttando la nascita dello Stato Islamico per presentarsi come gli unici in grado di fermarne l’avanzata grazie alle milizie sciite in Iraq, all’amico di sempre Bashar al Assad in Siria e persino agli alleati palestinesi di Hamas, che di sciita non hanno neanche un capello.

Quello che è certo, è che di misericordia religiosa non ce n’è da nessuna delle due parti.

La guerra in Yemen sta mietendo vittime proprio in questi giorni, prima con una serie di attentati suicidi rivendicati dagli affiliati dello Stato islamico, che hanno fatto 150 morti, poi dalla rappresaglia dei ribelli Houti che hanno conquistato Taiz, terza città del Paese.

In Iraq è ormai guerra aperta tra Isis e truppe sciite sostenute da Teheran. I fondamentalisti hanno subito le prime sconfitte proprio in questo scontro, e per la prima volta sono stati costretti a una ritirata. Nella loro offensiva, le milizie filo iraniane hanno raccolto anche il sostegno di alcune tribù sunnite, come quella dei Jabouri nella zona di al Sharqat, che pur di combattere i sanguinari terroristi di Is sono disposti a combattere fianco a fianco con quelli che una volta erano i loro nemici. Anche perché, sostengono i Jabouri, Teheran ci sta mettendo la faccia – e anche i soldi – mentre gli americani li hanno abbandonati. Tant’è che anche nell’assalto di Tikrit, il fronte anti Isis che stava per riprendersi la città ha dovuto fermarsi. Un po’ perché i jihadisti avrebbero imbottito il centro cittadino di esplosivi, ma soprattutto perché gli americani hanno sospeso i bombardamenti che agevolavano l’avanzata sciita. Washington, infatti, è preoccupata che gli iraniani guadagnino troppa influenza sull’Iraq, come testimoniano le parole del generale Petraeus in una recente intervista: «le milizie sciite stanno fermando Is ma sono una minaccia per il Paese perché ripropongono uno scenario in cui i sunniti si sentono emarginati e esclusi dalla soluzione del problema. Per non parlare delle atrocità commesse da queste milizie contro i civili nelle zone da loro conquistate (documentate da Human Rights Watch, ndr)».

Sono soprattutto i repubblicani, negli Usa, a voler evitare in tutti i modi un’alleanza con gli sciiti. Ben Carson, che mira a candidarsi alla Casa Bianca, dichiara che «ci sono tantissimi gruppi terroristi che emanano dagli sciiti, basati soprattutto in Iran. Per ora questi gruppi sono divisi, ma sono sicuro che un giorno si uniranno per distruggere gli Stati Uniti e Israele».

Mentre i dubbi americani, dunque, costringono gli iracheni a restare sotto il giogo dell’Is, c’è qualcun altro che accorre in aiuto delle milizie sciite: i libanesi di Hezbollah, sempre pronti ad inviare combattenti addestrati dove si gioca il predominio dell’Iran. In Siria come in Iraq, il partito di Dio ha mandato formazioni armate, e promette di essere disposto a mandarle, insieme ai kalashnikov, anche in Bahrein, dove finora la protesta sciita è rimasta pacifica.

La nascita dello Stato islamico e le manovre di iraniani e sauditi hanno sicuramente raggiunto l’obiettivo di approfondire le divisioni tra sunniti e sciiti. L’ostilità confessionale ha raggiunto anche Londra, dove i musulmani hanno cominciato a litigare tra loro, e non solo nei quartiere periferici. Persino nella coltissima università per gli studi orientali Soas i sunniti hanno iniziato a guardare con disprezzo chiunque indossi un braccialetto verde, simbolo della fede sciita. Ulteriore prova che la globalizzazione, invece di creare la società multietnica, globalizza l’odio.

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GUALA
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