Voglio fare il foreign fighter. Chi sono gli aspiranti combattenti, con e contro lo Stato islamico

Come si fa a decidere di partire per il Medio Oriente, lasciare la pacifica Europa e mettersi a combattere una guerra altrui? Ormai i cosiddetti foreign fighters sono una realtà in espansione. I combattenti che si arruolano al fianco dello Stato islamico sono stimati tra i 17e i 20mila. In numero assai inferiore, ma in costante crescita, sono invece i guerriglieri a sostegno dei curdi dell’Ypg, che contrastano l’avanzata dei fondamentalisti islamici.

Dohuk, Iraq Brett, a Westerner who has joined the Iraqi Christian militia Dwekh Nawsha to fight against Islamic State militants, poses at the office of the Assyrian political party in Dohuk, northern Iraq February 13, 2015. Thousands of foreigners have flocked to Iraq and Syria in the past two years, mostly to join Islamic State, but a handful of idealistic Westerners are enlisting as well, citing frustration their governments are not doing more to combat the ultra-radical Islamists or prevent the suffering of innocents. The militia they joined is called Dwekh Nawsha - meaning self-sacrifice in the ancient Aramaic language spoken by Christ and still used by Assyrian Christians, who consider themselves the indigenous people of Iraq. Picture taken February 13, 2015. REUTERS/Ari Jalal

Per capire chi sono queste persone, giornalisti e sociologi si stanno sbizzarrendo. In Francia, Paese da cui provengono almeno un migliaio di jihadisti, il professor Farhad Khosrokhavar del Cnrs ha suddiviso gli aspiranti foreign fighter islamici in due gruppi: giovani emarginati, che odiano la società e le loro pessime condizioni di vita e che trovano nella religione un modo per invertire il proprio ruolo da perdente a vincitore. E poi ragazzi ben inseriti, che vivono in quartieri della classe media, che non hanno precedenti giudiziari ma vogliono aiutare i loro fratelli musulmani spinti da una sorta di romanticismo. Gli “emarginati” vogliono rompere con la loro vita in nome della guerra santa. Gli “integrati” vogliono mettersi alla prova con un rito di passaggio, spesso sono convertiti, a volte ragazze. I primi da insignificanti diventano eroi. I secondi, invece, subiscono il fascino dei video propagandistici e di una dimensione anti sessantottina che supera l’individualismo appreso in famiglia, che privilegia il matrimonio alla libertà sessuale, la guerra all’amore, l’identità costruita dal gruppo a quella personale.
Ma secondo altri studiosi questa suddivisione non è corretta. In molti sembrano partire per  vendetta, per una rabbia scatenata da stragi o genocidi di persone che sentono appartenere alla loro stessa comunità oppure semplicemente oppressi. La propaganda jihadista ha sempre fatto leva sui massacri di musulmani provocati, ad esempio, dall’invasione sovietica in Afghanistan, o dalla guerra in Bosnia. Senz’altro, però, l’elemento di rivincita e di realizzazione individuale è molto diffuso. Basti pensare che Ifthekar Jaman, foreign fighter britannico che combatte in Siria, nei suoi video propagandistici ha coniato l’espressione “jihad a cinque stelle” per descriver il divertimento che prova sul campo di battaglia.  O all’olandese Yilmaz, che posta felice le sue gesta belliche su Instagram affiancandole a scatti in cui gli amici combattenti coccolano innocenti gattini.
L’unica cosa certa, come rileva il Soufan group, è che il tipico jihadista è un uomo tra i 18 e i 29 anni, e che se viene dall’Europa è un convertito o un “rinato”, cioè un musulmano che si disinteressava alla religione prima di incontrare un imam radicale.

È un “rinato” anche Jordan Matson, a capo di una brigata internazionale di foreign fighters “buoni”. Ma Matson non è musulmano, è un cristiano. Viene dal Midwest americano e si è arruolato nei Lions of Rojava che combattono a fianco dei curdi dell’Ypg, in Siria. Ne fanno parte soprattutto statunitensi e britannici, delle estrazioni più varie. Non sono lì per soldi, anzi. Si pagano da soli il viaggio e a volte si finanziano col fund raising on line. Ci sono ex soldati ma anche insegnanti in pensione, surfisti e giornalisti. Una studentessa diciannovenne tedesca è appena stata uccisa, una tra le prime vittime nei loro ranghi.
Non sono tutti ferventi cristiani quelli arrivati in Medio Oriente per combattere contro i fondamentalisti islamici. Molti sono laici, armati di idealismo e un pizzico di romanticismo, tanto da paragonarsi a Lord Byron, che combattè in Grecia contro l’Impero ottomano. Quelli che provengono dall’esercito sentono che il loro servizio non è finito, che devono salvare l’umanità da un enorme pericolo. Il fanatismo è sempre dietro l’angolo. Alan Dancan, ex militare britannico che adesso addestra forze di assiri cristiani alleati con i curdi in Nord Iraq, ha servito per 6 anni nel reggimento reale irlandese contro l’Ira e pensa che combattere i jihadisti sia un proseguimento della sua missione. Ammette di essere piuttosto conservatore ma non ha problemi a combattere a fianco dei progressisti.

Se finora il flusso di foreign fighter in Medio Oriente è stato incontrollato, adesso anche i volontari potrebbero subire delle limitazioni. Non tanto per le leggi che vogliono far diventare la loro missione un reato, ma per gli sbarramenti all’entrata – e all’uscita – posti dalle fazioni combattenti. Lo Stato islamico, ad esempio, ha cominciato a cercare stranieri con professionalità specifiche, soprattutto medici britannici, che parlando inglese possono curare tutti. E chi arriva deve sapere che non sarà facile tornare a casa. Chi si pente e decide di andare via prima della fine del suo “servizio” viene giustiziato senza pietà dai compagni di lotta. Pare che i caduti “disertori” siano già 2000.
E anche sul fronte avverso è iniziata una selezione. I curdi dell’Ypg si sono stufati di accogliere giovani partiti all’avventura senza nessuna preparazione che scappano alla prima difficoltà. Adesso cercano di testare le capacità di chi arriva e capire se sono veramente motivati prima di accoglierli tra i loro ranghi. Non basta una kefiah per fare un guerrigliero.

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GUALA
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