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Brexit: perché votare Leave? Intervista all’economista Giovanni Gabriele Vecchio

Un’Europa che ha cambiato le condizioni di partenza, un Paese che non è disposto a cedere la sua sovranità nazionale e la sua indipendenza. Con una certezza: dentro o fuori dalla Ue, la Gran Bretagna continuerà a rimanere un punto di riferimento. Giovanni Gabriele Vecchio*, economista e ricercatore presso la prestigiosa Queen Mary University of London, ha spiegato a Eastonline quali sono le motivazioni che hanno portato al referendum sulla ‘Brexit’ e perché lui, se fosse inglese, voterebbe sì.

REUTERS/Phil Noble

Dott. Vecchio, il 23 la Gran Bretagna voterà se stare in Eu o meno. Se lei fosse inglese, cosa farebbe? E per quale motivo?

Non ci penserei due volte e voterei “Leave”, l’uscita. Il progetto europeo, nato come un semplice mercato comune, appare ora indirizzato verso la creazione di un vero e proprio stato europeo, con inno, bandiera, esercito, politica estera e via dicendo. Non è quello a cui gli inglesi acconsentirono nel referendum del 1975 sull’ingresso nella CEE e da allora il risentimento verso l’accentramento di potere a Bruxelles è solo cresciuto. Gli inglesi lamentano soprattutto la perdita di sovranità del proprio Parlamento. Nato nel 1066 d.C. come organo di consiglio a Guglielmo il Conquistatore, si è poi evoluto come baluardo delle libertà individuali degli inglesi. Dalla Magna Charta Libertatum del 1215 d.C. fino alla Gloriosa Rivoluzione del 1688, il Parlamento è sempre stato il simbolo dell’uomo comune che si oppone alle prevaricazioni del potere esecutivo. Gli inglesi lamentano anche la mancanza di legittimità democratica della Commissione Europea, l’unico organo in grado di proporre nuova legislazione al Parlamento Europeo. A loro sembra assurdo che il Presidente della Commissione, un ruolo così importante, non sia soggetto a elezione diretta ma ad un complesso sistema di candidati designati. Questo deficit democratico appare ancora più dannoso davanti alla prospettiva di cosa sta diventando l’Unione: una macchina burocratica anonima, spietata, intransigente coi deboli ma permissiva coi potenti, un gorgo in costante bisogno di sempre più potere e soldi per mantenersi in vita e darsi un senso, una legittimazione agli occhi di un popolo europeo ogni giorno più scettico.

Lei è un economista, può spiegarci le implicazioni che l’uscita dalla Ue avrebbe sull’economia inglese?

Dal punto di vista delle finanza pubbliche, il governo del Regno ogni anno manda a Bruxelles circa diciotto miliardi di sterline e gliene tornano indietro circa otto in sussidi dalla UE, pari quindi a un contributo netto di circa dieci miliardi ogni anno. Il governo del Regno può quindi lasciare l’UE, sostituire i progetti finanziati con soldi UE con soldi suoi, e avrebbe comunque un altro 0.5% di PIL da risparmiare. Dal punto di vista dell’economia inglese, tutto dipende da che tipo di relazioni Unione Europea e Gran Bretagna negozieranno dopo l’attivazione dell’articolo 50 dei Trattati. Nel migliore degli scenari, verrà negoziato un accordo di libero scambio, nel peggiore degli scenari il Regno Unito continuerà a commerciare con le regole WTO, cioè con una tariffa di circa il 5%. Solo il 6% delle imprese britanniche però esporta verso l’UE: queste imprese potranno adattarsi agli standard del Mercato Unico e vendere i loro prodotti in Unione Europea. Il rimanente 94% potrà rispettare le regole del mercato inglese o di qualunque altro mercato non-EU in cui faranno affari. Tutto sommato, rappresenterebbe un notevole alleggerimento del peso regolamentare rispetto ad oggi. E’ nel lungo termine però che gli effetti di Brexit si faranno veramente sentire. Avendo riacquistato la sovranità su tutte le competenze ora in capo alla Commissione, il Regno Unito potrà ad esempio negoziare accordi di libero scambio con l’Africa, la Cina, gli Stati Uniti e tornare alla sua tradizionale vocazione commerciale. Potrà riscrivere le regole macroprudenziali per la supervisione del suo settore bancario, superando così l’antiquato impianto dell’Unione. Un settore a cui gli inglesi guardano con grande interesse è inoltre quello tecnologico, con Londra già diventata l’hub tecnologico europeo. Questa rinnovata prospettiva all’apertura, al commercio e all’intrapresa avrebbe un impatto sul PIL estremamente positivo, anche se impossibile ad oggi da quantificare. Più di ogni cosa però, gli inglesi rivogliono la loro indipendenza, ed è questo qualcosa su cui non sono disposti a mercanteggiare.

Mi pare oltremodo chiaro, adesso però vorrei capire, nella sua ottica quali vantaggi avrebbe di contro la Gran Bretagna a rimanere in Europa?

Il Regno Unito continuerebbe a godere di un accesso incondizionato al Mercato Unico, ad oggi il più grande mercato del mondo, più degli Stati Uniti. D’altra parte però, l’Unione Europea è, dopo l’Antartica, la zona del mondo con la più bassa crescita, la più alta disoccupazione giovanile e il più alto rischio di disintegrazione. I britannici guardano ai prossimi cinquant’anni e vogliono intrecciare rapporti con quello che sarà il futuro dell’economia globale, cosa che non possono fare se rimangono all’interno dell’Unione.

Come sta reagendo il mondo politico inglese?

Sia i labouristi che i conservatori si sono spaccati sulla questione. La posizione ufficiale del Labour party è di rimanere nell’Unione, ma Jeremy Corbyn ha espresso in passato opinioni molto euroscettiche e si dice che in privato tifi per uscire. Esiste poi una forte corrente per uscire dall’UE nella base del Labour, soprattutto nelle aree povere del nord, dove l’immigrazione a basso costo ha depresso ulteriormente i salari. Anche i conservatori sono spaccati. David Cameron vuole rimanere e quasi tutta la squadra di governo sta con lui. Ma la base dei conservatori vuole uscire dall’UE e questo malcontento è stato intercettato da alcuni leader conservatori, tra cui l’ex sindaco di Londra Boris Johnson e il guardasigilli Micheal Gove. La situazione politica è molto complessa perché sovrappone la questione UE con la questione della leadership del partito conservatore. Agli euroscettici nel partito non piace l’entusiasmo con cui Cameron sta facendo campagna per rimanere e si aspettavano un atteggiamento più neutrale, come quello che tenne Harold Wilson nel 1975. Il Primo Ministro invece è sceso in campo in forze, mobilitando la macchina propagandistica del governo, lanciando una serie di allarmi, spesso tramutatesi in vuote minacce. La sparata più esagerata, quella che ha fatto raccogliere 50 firme per proporre un voto di sfiducia a Cameron, è stata quella sulla guerra in Europa se UK dovesse uscire. David Cameron ha perso grosse fette del suo partito e il suo governo è ormai in bilico. Neppure una vittoria per rimanere in UE potrebbe salvarlo. Poi c’è Nigel Farage e la questione UKIP. Un voto per uscire significherebbe la fine del suo partito e il ritorno di quel 23 per cento di elettorato nei rispettivi partiti originari, Labour e Conservatives. Accaparrarsi quel 23% però non sarà facile.

Come vede Londra e più in generale la Gb alla vigilia di questo appuntamento così importante?

Fino ad una settimana fa gli indecisi erano ancora quasi il 20% dell’elettorato. C’era molta confusione e nessuno sapeva come sarebbe andata. Poi i sondaggi hanno iniziato a muoversi ed ora Leave ha circa sei punti di vantaggio su Remain. Nell’aria c’è speranza ed eccitazione. Finalmente molti, soprattutto i meno avvantaggiati, vedono le porte del mondo aprirsi davanti a loro ed una speranza per un futuro più prospero. Londra, dal canto suo, rimane impassibile nella sua granitica certezza di rimanere, fuori o dentro l’UE, il cuore pulsante della democrazia europea.

@martaottaviani

*Le opinioni espresse dal Dott. Giovanni Gabriele Vecchio in questa intervista sono strettamente personali e in nessun modo riconducibili all’ateneo dove svolge la sua ricerca.

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