Continua lo scontro Turchia Russia, fra i timori di Obama e il cinismo dell'UE

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan è riuscito nel giro di una settimana a fare assumere al presidente russo, Vladimir Putin, una posizione di forza sul caso Siria e a mettere in serio imbarazzo il capo della Casa Bianca, Barack Obama, quasi ridotto al ruolo di mediatore fra Mosca e Ankara.

Turkish President Tayyip Erdogan, France, November 30, 2015. REUTERS/Christian Hartmann

Lo zar non ha alcuna intenzione di farla passare liscia al sultano e a una settimana dall’abbattimento del caccia russo da parte dei turchi non solo non ha abbassato i toni o annullato le ritorsioni economiche contro la Mezzaluna, ha rincarato anche la dose delle accuse. Che Erdogan avesse rapporti quanto meno ambigui con lo Stato Islamico, su questo sito lo si è scritto più volte e per mesi. Lo zar però è andato oltre e ha detto che la Turchia ha abbattuto il loro jet proprio perché aveva raccolto le prove di questi traffici.

Sembra proprio che per la prima volta il sultano abbia trovato uno disposto a cantargliele fino in fondo e molto più difficile da mettere a tacere rispetto al giornalista Can Dundar, che proprio per un’accusa del genere è stato arrestato e verrà processato per spionaggio e tradimento. O che forse ha capito quanto la Turchia possa diventare potenzialmente pericolosa nell’assetto internazionale. La situazione siriana incombe e a Obama non è rimasto altro che raccogliere le posizioni di Putin per quanto riguarda il destino di Assad e la gestione del territorio, e trasmetterle a Erdogan, con la preghiera, accorata, anche da parte della Nato, di normalizzare al più presto i rapporti con la Russia. Nella testa del presidente Usa, trovare una soluzione condivisa su Damasco e lottare contro l’Isis, in questo momento, viene prima di qualsiasi altra cosa, sicuramente più delle ambizioni regionali di Ankara, nella speranza, un domani più o meno remoto, di non doversi occupare anche di Erdogan.

Quest’ultimo, dovrebbe iniziare a pensare anche ai problemi in casa propria. Lui e l’esecutivo di Ahmet Davutoglu, praticamente la lunga mano del Capo dello Stato, stanno traendo vantaggio dalla situazione di grande instabilità nel sud-est del Paese, teatro di una sempre meno simpatica guerra fra bande. In questo momento il Pkk, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, organizzazione separatista e terrorista, si trova contrapposti almeno tre gruppi. I primi sono quelli ultra nazionalisti, lascito della Turchia degli anni Settanta, quella insomma che si sperava di esserci lasciati alle spalle una volta per tutte. I secondi sono i curdi appartenenti a gruppi islamici e al partito Huda Par e che fanno anche questi molto Turchia del passato, nel senso più deteriore del termine. Per non farci mancare nulla, è arrivato anche un elemento (negativo) di novità: i leoni di Allah, forse addirittura il branch turco dell’Isis, certo una brutta notizia per i milioni di abitanti nella zona. A farne le spese, in prima battuta, è il Partito curdo regolarmente rappresentato in parlamento, l’Hdp, che vorrebbe risolvere i problemi della minoranza per via politica, che si deve ancora riprendere dalla batosta elettorale di inizio novembre e che sta attraversando chiaramente un momento di crisi. Ma non bisogna dimenticare la popolazione, soprattutto quella delle zone sottoposte a coprifuoco nelle ultime settimane.

Erdogan si sfrega le mani e in questa situazione di instabilità pensa ad attuare il suo disegno presidenziale. Anche perché, almeno per ora, ha un alleato suo malgrado: l’Unione Europea. In uno scenario internazionale sempre più instabile, Bruxelles non è riuscita a fare altro se non versare nelle casse turche 3 miliardi di euro. La motivazione ufficiale è l’aiuto ad Ankara nell’affrontare la crisi dei rifugiati sul suo suolo nazionale, giunti a 2,2 milioni. Quella (nemmeno tanto) ufficiosa, è pagare la Turchia perché se li tenga lì. Per questo, nei corridoi del potere, si teme che la cifra sarà solo un anticipo e che quelle migliaia di persone diventino una potentissima arma di ricatto. Non rimane altro che sperare che il denaro venga utilizzato realmente per quello scopo.

Rimane un dubbio, ossia se Erdogan riuscirà a gestire i rapporti con lo Stato Islamico in modo da lasciare fuori tutto il resto del mondo. Perché in quel caso, purtroppo, non c’è somma che tenga. E Putin al momento sembra l’unico ad averlo capito.

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