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Elezioni in Turchia: solo i curdi tra Erdogan e il potere assoluto

Se il risultato delle elezioni si dovesse giudicare dalle piazze di questo fine settimana, allora il presidente turco Recep Tayyip Erdogan che di fatto, nonostante la sua carica, continua a fare il bello e il cattivo tempo della politica turca, potrebbe tranquillamente evitare di andare alle urne.

Istanbul, TurkeySupporters of Selahattin Demirtas, co-chairman of the pro-Kurdish People's Democracy Party (HDP), attend an election rally for Turkey's June 7 parliamentary elections in Istanbul, Turkey May 30, 2015. REUTERS/Osman Orsal

Il secondo anniversario della rivolta di Gezi Parki, quando lo stra potere di Erdogan era stato messo in reale discussione, si è risolto in un flop senza precedenti. A pesare sul risultato sono concorsi diversi fattori: per prima cosa la nuova legge che attribuisce super poteri alla polizia e che permette di mettere in stato di fermo le persone anche senza l'intervento della magistratura. In secondo luogo il voto del prossimo 7 giugno, che ha comportato una dispersione di forze, canalizzate nella campagna elettorale.

Ma la Turchia di questo fine settimana ha dimostrato un dato ineluttabile: c'è una parte del Paese che non solo sta con Erdogan, è anche pronta a sposare la sua politica sia in termini di radicalizzazione del Paese, sia di egemonia sul mondo musulmano sunnita. Le celebrazioni per la Caduta di Costantinopoli, quest'anno, hanno raggiunto un'aurea di sacralità mai vista prima, anche se con la data sbagliata. Erdogan le ha posticipate apposta dal 29 al 30 maggio per oscurare il comizio elettorale del leader curdo Selahattin Demirtas, che in questo momento sembra essere l'unico in grado di contrastare il carisma del Presidente e che comunque ha portato in piazza un milione di persone.

Erdogan ha fatto di più. Con una coreografia senza precedenti e aiutato anche dai mezzi messi a disposizione dal governo, dal Comune di Istanbul e dal suo Akp, il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo, ha radunato una platea di quasi due milioni di persone lì non per ascoltare quello che aveva da dire, ma per confermare davanti a centinaia di giornalisti accreditati che di leader in Turchia ce n'è uno solo e che adesso è pronto per diventare anche un punto di riferimento per l'Islam sunnita di tutta la regione.

Nella folla oceanica radunata a Yenikapi, infatti, c'erano persone provenienti da tutto il Medio Oriente, soprattutto siriani, invitati dal governo turco e spesati in tutto e per tutto e pronti ad acclamare Erdogan come un leader sovranazionale. Il tutto a uso e consumo dei media filogovernativi, che lo hanno già incoronato vincitore.

La realtà potrebbe essere ben diversa e fino al 7 giugno la parola d'ordine è “incertezza”. Nei corridoi dell'Akp trapela, insistente, la voce che se Erdogan ha palesemente violato la Costituzione e si è messo a fare campagna elettorale, è stato perché nei sondaggi il suo Akp stava pericolosamente scivolando sotto il 40%, che vorrebbe dire di certo non solo non avere la maggioranza per cambiare la legge madre dello Stato turco, ma addirittura dover fare un governo di coalizione. I curdi sono sempre più organizzati politicamente e questa volta hanno deciso di rischiare ed entrare in Parlamento come partito e non come gruppo parlamentare formato successivamente. I sondaggi dicono che il partito nazionalista Mhp potrebbe drenare molti consensi dell'Akp e questi sono altri potenziali seggi in meno, in collegi che Erdogan considera chiave.

L'immagine è quella di un leader che questa volta si gioca davvero tutto, dentro e fuori la Turchia, dentro e fuori il suo partito. Il premier Ahmet Davutoglu è stato ridotto al ruolo di mera comparsa e a qualcuno nell'Akp non dispiacerebbe un risultato che metta in stand-by il progetto costituzionale di presidenzialismo alla francese, lasciando Erdogan con il suo stra potere, ma senza una legittimazione e quindi di fatto ricattabile. Un presidente a metà, per un politico, come lui, che di compromessi non ne ha mai accettati.

@martaottaviani

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