Elezioni in Turchia: c’è ancora spazio per la democrazia?

A meno di un mese dalle elezioni e con i sondaggi in parte incerti, in Turchia la tensione si taglia con il coltello e non mancano le polemiche, che gettano più di un dubbio sulla tenuta democratica del Paese. I magistrati che nel dicembre 2013 avevano coordinato le indagini sulla cosiddetta “Tangentopoli turca” sono stati radiati dalla professione. Una doccia fredda per la Mezzaluna, dove da tempo pubblici ministeri e giudici sono oggetto di provvedimenti disciplinari. Ma questo è senza precedenti.

REUTERS/Joe Penney

 A prendere la decisione è stato lo Hsyk, il Csm turco, che aveva messo i togati sotto inchiesta oltre un anno fa e che da mesi è accusato da media e opposizione di aver perso la sua indipendenza.

Nell’inchiesta, partita il 17 dicembre 2013, erano rimasti coinvolti i figli di due ministri e diversi dirigenti dell’Akp, il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo, fondato dall’attuale presidente, allora premier, Recep Tayyip Erdogan e al governo nel Paese dal 2002. Si è trattato forse dell’unico momento in cui lo strapotere del primo ministro è stato messo in discussione e, per rimanere in sella, Erdogan fu costretto non solo a cambiare 10 ministri nel suo esecutivo ma anche a ricorrere a mezzi non esattamente ortodossi. La Tangentopoli turca ha segnato anche l’inizio ufficiale della guerra fra le due anime della destra islamica turca, quella guidata da Erdogan e quella guidata dal filosofo islamico Fetullah Gulen, in auto esilio negli Stati Uniti e un tempo grande amico (e finanziatore) del presidente. Una vera e propria “guerra fra cattivi” dove a fascicoli che arrivavano sulle scrivanie dei magistrati e video compromettenti postati su Youtube, si contrapponevano sanzioni al corpo giudiziario, rimozione dalle indagini e conseguente insabbiamento delle stesse.

Erdogan ha dichiarato più di una volta Fetullah Gulen nemico del popolo, aprendo anche la strada alla sua estradizione negli Usa e al processo negli Stati Uniti. In questa contrapposizione, si sente, sempre più evidente, la mancanza di un’opposizione capace di rappresentare un problema per il Capo dello Stato, che nei giorni scorsi si è presentato regolarmente a fare campagna elettorale come se fosse ancora premier, con tanto di Corano in mano, perché le leggi le detta da un pezzo lui.

Se per il momento i curdi rappresentano l’unico pericolo a livello elettorale e la possibile alleanza fra i repubblicani del Chp e i nazionalisti del Mhp non scalda i cuori dei votanti, le uniche due opposizioni al Presidente, adesso che la magistratura sembra essere definitivamente fuori controllo, sono rimaste la Tusiad, la Confindustria turca e la Banca Centrale. Due avversari non da poco, perché entrambi gravitano su quanto sta più a cuore a Erdogan e rappresenta il vero motivo del suo successo politico: la crescita economica. Il presidente uscente di Tusiad, Haluk Dincer, non ha perso occasione per sottolineare i lati deboli dell’economia nazionale, soprattutto sul lungo termine. Le spese crescenti operate dal governo, la mancanza di una disciplina fiscale e di una lotta all’economia illegale, secondo Tusiad sono campanelli di allarme perché venga attuata una serie di riforme promesse da anni, ma lontane dalla loro messa in pratica. A rischiare ancora di più è la Merkez Bankasi, soprattutto la Commissione Politiche Monetarie, che da mesi fatica e parecchio a mantenere la sua indipendenza a causa delle ingerenze del Presidente Erdogan, che vorrebbe tassi di interesse mantenuti al minimo anche a costo di surriscaldare mercati già sufficientemente volatili.

Lo scenario è quello di un Paese sempre più commissariato e con un uomo solo al comando, dove anche le istituzioni che dovrebbero essere sinonimo di indipendenza stanno progressivamente entrando dell’orbita di Erdogan. L’unica speranza sembra essere una minoranza, quella curda, che potrebbe evitare all’Akp il quarto governo monocolore, lasciando uno spiraglio di speranza alla democrazia nella Mezzaluna.  

@martaottaviani

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