Erdogan e quell'ultimo attentato che può fargli fare (ancora di più) la voce grossa in Europa

Con tutto il rispetto per il popolo turco e il suo dolore davanti a questo ennesimo atto di terrore, fra i mille dubbi e ipotesi, vi è una certezza: il Presidente della Repubblica Recep Tayyip Erdogan userà questo nuovo attacco per fare valere le sue posizioni in Europa.

A police helicopter flies over the site where a Turkish police bus was targeted in a bomb attack in a central Istanbul district, Turkey, June 7, 2016. REUTERS/Osman Orsal

Non sarà stato fatto di sicuro apposta, ma l’attacco del 7 giugno nel quartiere di Vezneciler, nel centro di Istanbul, vicino al Gran Bazar e all'università, arriva con un timing infallibile per il governo di Ankara. Avevamo lasciato la Mezzaluna che litigava furiosamente con la Germania per la decisione di riconoscere il Genocidio Armeno del 1915. Come già scritto su eastonline, quella del Bundestag non è stata una votazione per rendere giustizia a una pagina storica tragica, quanto un avvertimento al capo dello Stato. Berlino, e di riflesso l’Europa, aveva usato una tragedia storica per richiamare all’ordine un leader che da troppo tempo faceva di testa sua e dettava condizioni, soprattutto quelle riguardo all’accordo sui migranti, che Erdogan ha minacciato di fare saltare più volte.

Il nodo della questione è la legge antiterrorismo, che la Turchia si rifiuta di cambiare adducendo il fatto che, in questo modo, non sarebbe possibile contenere la situazione, ormai di guerra aperta, fra la Mezzaluna e il Pkk che, dopo il naufragio dei negoziati per la riappacificazione, è tornato a insanguinare il Paese. La legge, però, è anche il mezzo migliore per attuare politiche repressive sui diritti dei singoli e sulla libertà di stampa.

Le voci secondo cui il Presidente fosse pronto a dare la spallata sono tornate a diffondersi con forza nell’ultimo fine settimana. Fonti vicine all’Akp, il Partito islamico-moderato per la Giustizia e lo Sviluppo, hanno rivelato a eastonline che Erdogan era a un passo da fare saltare tutto, riversando sulle spalle del vecchio continente la tragedia dei migranti e rinunciando alla liberalizzazione dei visti e a 6 miliardi di euro di aiuti. I suoi consiglieri lo hanno fatto riflettere sul fatto che la Turchia aveva solo da perderci. Non solo per i 6 miliardi di euro, ma perché la liberalizzazione dei visti, considerato il clima di guerra che si è venuto a creare nel sud-est, potrebbe portare proprio i curdi a lasciare il Paese per primi.

A inizio settimana si era diffusa la voce che il nuovo ministro per i rapporti con l’Europa, Omer Celik, che ha una certa esperienza nella ricomposizione di contrasti, era pronto a partire per Bruxelles per trovare una sede di compromesso proprio sulla legge anti terrorismo. E magari anche a tirare in mezzo il Vecchio Continente nella guerra personale che Ankara sta ingaggiando contro i curdi siriani.

Ventiquattro ore dopo, è arrivato l’attentato. La Turchia è nelle condizioni di portare sul tavolo delle trattative un Paese dilaniato da una guerra interna, dove però il governo centrale ha responsabilità enormi e a più livelli. L’Europa, che pure oggi ha espresso le più profonde e dovute condoglianze per l’accaduto, dovrebbe trovare la coesione e il coraggio per non fare sconti e soprattutto farsi trascinare in quel vortice chiamato Siria. 

@martaottaviani

ARTICOLI CORRELATI

Scrivi il tuo commento
@

Oppure usa i tuo profili social per commentare

GRAZIE

GUALA
GUALA