Erdogan, i curdi e Isis: un'altra bomba che sta per esplodere

In poche ore il presidente Recep Tayyip Erdogan e la Turchia hanno dovuto prendere coscienza di due cose. La prima è che Isis non è più una minaccia, ma è divenuto un pericolo concreto, tanto da poter organizzare attentati sul suolo nazionale condotti da turchi. La seconda è che la questione curda sta per scoppiare in tutta la sua violenza e la goccia che ha fatto traboccare il vaso è proprio la politica ambigua della Turchia nei confronti dell’organizzazione terroristica.

Istanbul, Turkey - An armed man escorts others carrying the coffins of the victims of Monday's bomb attack in Suruc, during a funeral ceremony in Istanbul, Turkey, July 22, 2015. A suspected Islamic State suicide bomber killed at least 30 people, mostly young students, in an attack on the Turkish town of Suruc near the Syrian border on Monday. REUTERS/Murad Sezer

 I 32 morti di Suruç hanno commosso il mondo e colpito profondamente l’opinione pubblica del Paese. Sono scesi in piazza curdi, aleviti, a cui appartenevano la maggior parte delle vittime, ma anche tanti turchi, consci del fatto che ormai il l’espansione della politica dell’orrore dello Stato Islamico è un problema di tutti.

Il destino non poteva essere più crudele e beffardo, oppure l’obiettivo più preciso. Le vittime appartenevano alle due più importanti minoranze del Paese. Da una parte i curdi con le loro rivendicazioni e l’attesa di riconoscimenti costituzionali che dura da decenni. Dall’altra gli aleviti, una confraternita di derivazione sciita, da sempre in pessimi rapporti con Erdogan, convinto musulmano di credo sunnita.

Il messaggio è chiaro: la guerra di Isis ai curdi si potrebbe espandere anche in territorio turco, proprio con l’appoggio della popolazione locale. Il kamikaze che ha compiuto la strage, infatti, era un ragazzo turco di 20 anni, proveniente dal sud-est, ammaliato probabilmente da qualche esponente di Isis nella sua città natale, aveva lascciato l’università e si era legato all’organizzazione.

Il Paese è sotto choc per il più grave attentato dall’inizio della crisi siriana. Il governo islamico-moderato e soprattutto il Presidente Recep Tayyip Erdogan sono nell’occhio del ciclone. L’atteggiamento tenuto dalla Turchia sulla crisi siriana è a dire poco ambiguo, da ogni parte arrivano critiche soprattutto sulla gestione del confine, da cui sono transitati migliaia di aspiranti jihadisti e sulla posizione spiccatamente anti Assad tenuta dal capo di Stato fin dall’inizio della crisi.

La Turchia da mesi fa capire di essere intenzionata a intervenire oltre confine, questo attentato tremendo potrebbe offrire un buono spunto per fare pressione sugli alleati Nato, riluttanti fino a questo momento all’azione armata. Ma in questo caso Erdogan si ritroverebbe il Paese contro. Alle scorse elezioni il Presidente ha perso quasi nove punti percentuali proprio a causa della sua politica regionale. L’impressione è quella di un vicino scomodo gestito molto male e in maniera poco chiara, che Ankara forse pensava di riuscire ad arginare e che invece ha dimostrato di essere pronto a rompere le regole del gioco.

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