G20: la finta vittoria di Erdogan e gli interessi di Obama

La Turchia torna a tentare la carta del player regionale e gli Usa hanno ancora bisogno di pensare alla Mezzaluna come un Paese alleato. Seguendo questa prima lettura, il G20 si sarebbe risolto come un successo per il presidente della Repubblica, Recep Tayyip Erdogan. Ma, guardando meglio, le cose non stanno esattamente così. Dopo i 102 morti durante la strage di Ankara lo scorso 10 ottobre e le maggiori città sul territorio nazionale infiltrate, la Turchia sembra essersi improvvisamente accorta che lo Stato Islamico è un problema o quanto meno un fenomeno molto difficile da gestire rispetto alle previsioni.

Turkey's President Tayyip Erdogan and U.S. President Barack Obama attend a working session at the Group of 20 (G20) summit in the Mediterranean resort city of Antalya, Turkey, November 15, 2015. REUTERS/Murad Sezer

Da mesi si rincorrono voci, ma anche filmati e foto che testimoniano un atteggiamento ambiguo della Turchia nei confronti del Califfato. La Mezzaluna è stata accusata di comprare petrolio da Isis, di avergli fornito armi e di aver assistito impotente al suo radicamento sul territorio. Il Presidente Erdogan, in particolare avrebbe chiuso un occhio sul rischio determinato dalle milizie di al-Baghdadi perché nei mesi scorsi hanno contribuito e non poco a indebolire i curdi, soprattutto quelli siriani, sul punto di formare una regione indipendente che potrebbe infastidire la Mezzaluna. Eppure al G20 di Antalya, il presidente Usa, Barack Obama, sembra avere chiuso un occhio su questa ambiguità. Sembra. La verità è che l’obiettivo del Capo della Casa Bianca a questo G20 era da una parte ridimensionare la Mezzaluna, ma soprattutto, dall’altra, raggiungere un accordo per la lotta al terrorismo, oltre a qualcosa di più.

Quello che ha ottenuto Erdogan è stato qualche scatto ufficiale in cui sembra condurre il gioco, che gli serve per soddisfare una stampa sempre meno libera, tradizionalmente a ricaduta interna e sempre più filogovernativa. Ha portato a casa anche un piano antiterrorismo esteso, ottenendo implicitamente l’assenso della comunità internazionale perché continui a combattere autonomamente quello di matrice curda. Non ha realizzato però, che per Obama, lui era la minore delle questioni.

Il Capo della Casa bianca era interessato soprattutto a incontrare Putin, cosa che è avvenuta. Perché è ormai chiaro che uno dei motivi per cui Obama vuole porre fine alla questione siriana è evitare che la Russia prenda troppo piede nell’area. In quest’ottica va visto anche il rumor che si è diffuso ieri, secondo il quale la Turchia avrebbe rinunciato alla fornitura di un sistema missilistico di difesa da parte della Cina. La gara si era tenuta qualche anno fa e aveva indispettito in modo rilevante non solo gli Usa, ma anche molti Paesi della Nato, di cui la Turchia fa parte, in primo luogo la Francia.

Non è solo una questione di tender e appalti. La fornitura di uno scudo missilistico da parte della Cina avrebbe consentito a Pechino di entrare in possesso di informazioni riservate e certo la Nato non avrebbe gradito. Il problema, adesso, per Ankara, è aver voluto, ancora una volta giocare su troppi tavoli. Deve mantenersi un alleato fedele e non suscitare più perplessità in Usa e comunità internazionale, perché se c’è un Paese a rischio terrorismo è proprio il suo. Deve mantenersi in buoni rapporti con la Russia, che è il suo principale fornitore di gas e proprio con la Cina uno dei principali partner economici. Erdogan si sposta da un tavolo all’altro senza rendersi conto che, per il modo in cui è stata affrontata la crisi siriana, a quei tavoli, il posto riservato a lui non è certo quello dell’ospite d’onore. 

@martaottaviani

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