Genocidio armeno: la banalità del bene anche in Turchia

Sono storie di eroismo e umanità silenziose, sconosciute ai turchi e agli armeni e pubblicate dal settimanale Agos, il punto di riferimento per la comunità armena e che nel suo speciale per la commemorazione del genocidio ha reso giustizia alla memoria di alcuni turchi che durante il 1915 furono pronti a dare la loro vita pur di salvare gli armeni, vittima delle deportazioni.

Mehmet Celal Bey - Photo credits www.mehmetcelalbey.com


Chi visse nella regione di Kuthaya, per esempio, fu molto fortunato. Lì il governatore, Faik Ali Ozansoy, si rifiutò categoricamente di eseguire gli ordini che arrivavano da Costantinopoli. Riuscì a resistere alle minacce locali dei militanti del partito Unità e Progresso, quello dei Giovani Turchi. Non ebbe paura nemmeno quando lo chiamò Talat Pasha in persona, membro del triumvirato del terrore che pianificò lo sterminio, dicendogli di non opporsi alle deportazioni. Faik Ali spiegò che gli armeni avevano un ruolo fondamentale nell’economia della regione e che con la comunità musulmana non c’erano assolutamente problemi, aggiungendo di essere pronto a rassegnare le proprie dimissioni nel caso Talat avesse insistito. Faik Ali apparteneva a una famiglia molto influente nella zona e quindi Talat Pasha fu costretto a desistere, decretanto così la salvezza degli armeni che vivevano a Kuthaya, ma che però scapparono appena poterono. Ancora oggi nella chiesa armena di Kuthaya c’è una lapide che ricorda il suo coraggio.


Spostandoci più a est, anche le tribù dell’Anatolia furono tutto fuorché compatte nell’obbedire agli ordini che arrivavano da Costantinopoli. Gli Herveki che controllavano una parte della provincia di Diyarbakir, a maggioranza curda, furono fra i maggiori protettori non solo degli armeni, ma anche di altre confessioni cristiane che finirono inevitabilmente per essere vittime indirette del genocidio. Ali Batte, uno dei capi degli Herveki, si oppose fieramente alle popolazioni, ingaggiando anche una guerra con le tribù che stavano dalla parte dell’Impero Ottomano e che presero parte allo sterminio, pagando il suo rifiuto con la vita. Vehbi Efendi, direttore dell’ufficio postale di Diyarbakir, salvò circa un centinaio di persone dai rastrellamenti, ospitandoli a casa sua.

Ma la storia più eroica è quella di Mehmet Celal Bey. Nl 1908 fu nominato governatore di Erzurum, una delle città dell’Anatolia dove gli armeni erano più numerosi. Nel 1914 fu inviato ad Aleppo, dove arrivavano i convogli della morte. Tentò di contravvenire agli ordini, ma fu spostato a Konya, un’altra località anatolica dove erano in corso massacri su larga scala. Mehmet Celal si presentò personalmente nel quartier generale dei Giovani Turchi a Costantinopoli per dire ai suoi dirigenti che non si sarebbe mai reso complice di un massacro. Fu quindi inviato a Konya con la promessa che non avrebbe mai dovuto deportare nessuno. Purtroppo per lui il grosso del lavoro era già stato fatto. E lui si dimise, sfidando apertamente Talah Pasha. “Oggi non ho incarichi pubblici – dichiarò in un’intervista -. La mia coscienza è pulita. Posso dire davanti a tutto il mondo che ho salvato il mio Paese e che non ho permesso l’uccisione di un singolo armeno”. Morirà nel 1926, al suo funerale parteciperanno migliaia di armeni e di turchi, quelli che come Faik Ali, Ali Batte, Vehbi Efendi e Mehmet Celal giudicarono il genocidio un crimine contro un popolo con cui avevano pacificamente convissuto per secoli.

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