Genocidio armeno: storia, verità e menzogne 100 anni dopo

Per gli armeni è il Medz Yeghern, il “Grande Male”, per i turchi l’Ermeni Soykırım İddiaları, il cosiddetto genocidio armeno. A distanza di 100 anni, mentre si litiga ancora sulle responsabilità, sulla dinamica, sul numero dei morti; mentre Erevan chiede a gran voce il riconoscimento dei fatti come massacro premeditato e sistematico di un milione di persone e Ankara contrappone la sua versione della vicenda, dopo 100 anni, sembra esserci una sola certezza: è stato forse il primo caso in cui l’Europa di allora, dilaniata dalla Prima Guerra Mondiale, si girò dall’altra parte per motivi di convenienza, lasciando che migliaia di armeni partissero per i loro viaggi senza ritorno verso l’odierna Siria, dove terminavano la maggior parte delle deportazioni.

REUTERS/Umit Bektas

 Dopo 100 anni rimane una ferita aperta, secondo molti senza possibilità di rimarginazione, che non solo chiede giustizia, ma, e questo non è un particolare trascurabile, ricorda tutti i giorni all’Europa di oggi i suoi errori e dovrebbe comunicare una nuova consapevolezza sulla dimensione storica degli eventi. Perché, la verità, è che noi di quel periodo storico in cui si consumò questa tragedia non sappiamo praticamente nulla. Gli armeni, ma in misura diversa anche gli ebrei, avevano iniziato ad avere seri problemi con le autorità ottomane già alla fine dell’Ottocento. Lo smantellamento dell’Impero Ottomano e le persecuzioni delle popolazioni musulmane nei Balcani hanno esacerbato ancora di più il clima che portò al genocidio. Ancora oggi, manca la consapevolezza di come la fine lenta e inesorabile del Grande Malato d’Europa, dove gli armeni avevano anche ricoperto posizioni di grande prestigio all’interno della stessa corte ottomana, abbia influito direttamente sui destini del Vecchio Continente, un po’ come fa la Turchia ai giorni nostri.

Se si confronta la versione ufficiale con quella turca, sembra si parli di due avvenimenti diversi. Almeno un milione di morti e sterminio premeditato e sistematico secondo l’Armenia e parte della comunità internazionale. Ankara risponde dicendo che le vittime furono massimo 350mila, morte in seguito a tragiche fatalità che si verificarono durante le ricollocazioni (come i turchi chiamano le deportazioni) delle famiglie di armeni che provenivano soprattutto da Istanbul. Non solo. La Turchia dice anche che ci furono almeno mezzo milione di morti turchi che morirono uccisi proprio dagli armeni che si allearono con i russi inseguendo il grande sogno di ottenere uno Stato indipendente. Tesi inconciliabili, dove non c’è di mezzo solo la verità storica, ma anche richieste di risarcimento ai danni della Mezzaluna per milioni di dollari.

Ma la cosa che colpisce maggiormente è come spesso in Turchia questo non venga percepito come un problema del Paese, perché, ed è un dato di fatto, ai tempi del genocidio lo stato moderno non era ancora nato. Se si dovesse riassumere per grandi linee, nella società turca sono presenti quattro componenti, ovviamente a percentuale molto variabile. Le prime due, minoritarie, sono composte da chi sente la responsabilità del genocidio come propria e vorrebbe che questo venisse riconosciuto o quanto meno che venissero indagate con scrupolo le responsabilità ottomane. La terza è rappresentata da chi nega il genocidio e la quarta, forse la maggioritaria, da chi non pensa che la Turchia di oggi dovrebbe farsi carico degli avvenimenti di ieri. La controparte di questi atteggiamenti, la destinataria delle accuse turche, non è tanto l’Armenia, ma l’Europa. La stessa che si girò dall’altra parte 100 anni fa e che adesso a fasi e voci alterne, torna a chiedere chiarezza su quello che è successo. Forse, questo, è l’unico punto su cui la Turchia non ha torto.

@martaottaviani

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