L’impero seduto su un’isola: perché gli inglesi faticano a stare fra pari in Europa

“Fog in Channel. Continent cut off”. Basterebbe questa battuta, da molti scambiata erroneamente per un titolo giornalistico e la cui origine si perde nella notte dei tempi, per descrivere il rapporto fra la Gran Bretagna e l'Unione Europea. Non ci si riferisce solo all'insularità, che pure è una componente importante in questa storia e nel carattere degli inglesi. Ma a quel senso di superiorità, per il quale il Regno Unito può andare avanti anche senza il Vecchio Continente. Il loro problema, di fondo, è che sono abituati a vincere e a primeggiare in tutto. Questo però rappresenta anche un serio limite.

Flags near Big Ben clock at the Houses of Parliament in central London. REUTERS/Paul Hackett

Qualcuno potrà irritarsi davanti a tanta supponenza, espressa con il naturale understatement di chi sa che non ha nulla da dimostrare che, se possibile, fa ancora più saltare i nervi. Gli inglesi o si amano o si odiano. La sottoscritta, ve lo scrive subito, appartiene alla prima categoria e si augura che la Brexit non passi, anche se questo non significa automaticamente una buona notizia per il futuro dell'Unione Europea. Ma la loro uscita avrebbe conseguenze deleterie per quello che rimane il più grande progetto politico del XX secolo, nato sulle macerie di una guerra che ha dilaniato un intero continente.

Nell'attesa di vedere come andrà a finire, vale almeno la pena cercare di capire come si sia arrivati a questo punto. Diciamo subito una cosa: con il parlamento più antico del mondo, l'impero più potente di tutti i tempi, una società dove si sono combattute le prime e più importanti battaglie per i diritti civili e uno degli esempi di open society meglio riusciti, forse qualche motivo per essere oltremodo orgogliosi del proprio passato e consapevoli del loro ruolo nel presente ce l'hanno.

A questo e al loro carattere insulare, poi, va aggiunto un altro aspetto, fondamentale. Per gli inglesi la Storia non è solo una materia di studio. E' valore, un pezzo stesso della loro vita, che si portano dietro ogni giorno. Lo dimostrano in tutti i modi, da quelli che destano più ilarità, come ricevere il Presidente francese, ancora oggi, nella Waterloo Hall, alla convinta partecipazione alle ricorrenze civili.

Era fin troppo chiaro che una nazione e un popolo così avrebbero faticato a sedersi a un tavolo dove avrebbero contato come tutti gli altri. Soprattutto se si pensa che, per sconfiggere il nazifascismo non hanno esitato a sacrificare il loro impero e che, quando alla fine degli Anni Quaranta, alcune nazioni guardavano già verso un futuro più radioso, loro scontavano ancora i razionamenti di guerra e lo avrebbero fino al 1954.

Gli inglesi non dimenticano e visto che per fortuna loro e disgrazia nostra, sono anche tignosi, sedersi a un tavolo con loro non è un'esperienza consigliabile, soprattutto se in mezzo ci sono gli interessi nazionali. Diciamo senza problemi, che fin dall'inizio sono stati quelli che si sono accostati al progetto europeo con meno entusiasmo. Anzi, a voler essere precisi, all'inizio non ci sono proprio entrati. Quando nel 1957 a Roma fu firmato il Trattato che sanciva la nascita della Comunità Economica Europea, la Gran Bretagna non c'era. Proveranno a inserirsi nel 1963, ma troveranno di fronte il veto della Francia e di Charles De Gaulle, già dimentico dopo appena 20 anni di quanto il Vecchio Continente dovesse alle armate di Sua Maestà Britannica, e molto impegnato ad accusare gli inglesi di “ostilità profonda” nei confronti del progetto europeo. Non aveva tutti i torti. Lo stesso Churchill parlava di Stati Uniti d'Europa, ma dove la Gran Bretagna forse avrebbe dovuto essere più Stato degli altri. Tuttavia, bisogna anche tenere conto che in quegli anni, con la Germania divisa in due, la Francia nel respingere l'altra sponda della Manica aveva solo da guadagnarci. Segno che guardare prima al proprio interesse nazionale non sia un limite solo dell'Europa di oggi.

Per entrare, Londra dovrà aspettare il 1973, con De Gaulle ormai fuori dai giochi. Quella che doveva essere una buona notizia, purtroppo, si è di fatto trasformata in una lunga serie di contrasti, non solo in sede europea, ma anche dentro il Paese. In quegli anni, il Partito Conservatore fu la principale anima dell'ingresso della Gran Bretagna nella Comunità Economica Europea, nonostante la destra della formazione non fosse assolutamente d'accordo. Ma i più fieri oppositori del progetto erano i componenti dell'ala più radicale dei laburisti. Uno scontro trasversale, non più fra diverse fazioni ma fra chi, in barba all'appartenenza politica, pensasse che il futuro del proprio Paese dovesse essere dentro o fuori l'Unione Europea.

In quest'ottica va collocata la decisione di Michael Foot alle politiche del 1983 di fare dell'uscita dalla Comunità Economica Europea il cavallo di battaglia per le elezioni politiche. Gli inglesi scelsero nuovamente Margaret Thatcher, ma per l’Europa non fu una buona notizia. La Lady di ferro ha rappresentato per molti anni uno degli incubi maggiori dei tavoli europei e del presidente francese Mitterand. Proprio l’altra sponda della Manica fu uno dei suoi obiettivi preferiti, soprattutto per quanto riguarda i sussidi all’agricoltura. Gli anni Novanta sono considerati come l’inizio della degenerazione. Al momento della firma del Trattato di Maastricht riuscì a negoziare condizioni speciali, l’uscita nel 1992 dall’Exchange Rate Mechanism fu la dimostrazione che la Gran Bretagna non ci credeva più, ammesso che lo abbia mai fatto.

Il resto è storia recente. Nonostante i buoni propositi manifestati durante la campagna elettorale, il mandato di Tony Blair segnò un ulteriore allontanamento. Non solo i litigi con Chirac sulla Costituzione, ma anche la politica estera a braccetto con gli Usa. Con i conservatori, la musica non è cambiata solo che alla possibile perdita di sovranità del popolo, si è affiancato un argomento ben più sostanziale: il ridimensionamento del sistema finanziario.

Con il voto di giovedì prossimo gli inglesi dovranno decidere se rimanere in Europa e continuare a dettare le condizioni da primi della classe o se uscirne. Ne avremo a perdere tutti. La differenza fondamentale è che noi siamo preparati. Loro, usi a vincere sempre e stare geograficamente e moralmente staccati da tutti, no. 

@martaottaviani

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