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Gran Bretagna, hai capito cosa hai votato al referendum? Se sì, dimostralo ora

Scoccia molto ammetterlo, ma forse aveva ragione Charles de Gaulle, che proprio in Unione Europea non ce li voleva. Gli inglesi in una notte sono passati dal popolo rappresentato da leader come William Pitt the Younger, Herbert Henry Asquith e Winston Churchill a quello convinto a votare la Brexit da Nigel Farage. Segno che classe politica ed elettorato peggiorano progressivamente ovunque. Per il resto, temo che molti inglesi, non abbiano capito per che cosa si sia votato.

Photo credits Elisa Dippolito

Indipendentemente se con il 'leave' o il 'remain', la Gran Bretagna è andata alle urne spaccata in due fra buon senso e nostalgie imperiali, opportunamente solleticate da una propaganda populista che ha fatto presa soprattutto in determinate regioni del Paese. Ha deciso di fare uscire il Regno Unito dall'Europa proprio chi dell'Unione Europea ha capito poco o niente. Nelle regioni dell'Inghilterra dell'est e nei territori più rurali, il 'leave' ha raggiunto percentuali schiaccianti. Segno di un popolo, di solito abituato a votare con la testa, che stavolta, almeno in parte, è andato alle urne solo con la pancia.

Come Nigel, il giornalaio a Sloane Square, che sognava questo momento dal 1975. “Abbiamo proprio sbagliato a entrare. Noi possiamo stare in piedi da soli, i singoli Stati dell’Unione Europea no. Non abbiamo bisogno di voi”. Visioni da secolo scorso contro buon senso, anche quello di chi ha votato “Leave” perché stanco degli atteggiamenti dei burocrati e politici di Bruxelles, che dovrebbero riflettere maggiormente su questo punto di non ritorno. “L’uscita dell’Unione Europea sarà una tragedia per noi anche se molti non se ne rendono conto – spiega a Eastonline Giorgina, 33 anni, insegnante di lingue, che ieri si è recata nel suo seggio a nord di Londra nelle prime ore –. Questo atteggiamento nostalgico, questo richiamo all’impero mi lascia scettica. Gli inglesi sono troppo attaccati alla loro storia e una parte di loro non ha capito che il mondo è cambiato e che nella società globalizzata da soli non si sta in piedi”.

Punti di vista lontani anni luce, ma divisi da una manciata di voti. L’analisi del risultato descrive un Paese spaccato in due,dove i malumori passano trasversalmente laburisti e conservatori.

La politica inglese farebbe bene a preoccuparsi. Il premier Cameron è il vero perdente di questa consultazione e verrà ricordato come un premier che poteva governare il suo Paese senza particolari problemi e che invece ha deciso di suicidarsi su un referendum che rischia di portare la Gran Bretagna a un punto di non ritorno, sotto questo aspetto, molto simile ai tanto vituperati Paesi del Vecchio Continente. I Conservatori andranno a congresso in autunno e c’è da aspettarsi che verrà sostituito da Boris Johnson, che in questa campagna si è fatto notare per il tono populista. Il compito del prossimo primo ministro sarà quello di negoziare le condizioni di uscita dalla Ue e c’è da scommettere che Bruxelles non farà sconti. Le urne potrebbero decidere di premiare Nigel Farage. Difficile capire cosa ne sarà dei laburisti, il cui leader, Jeremy Corbyn, in questa campagna referendaria è stato accusato più volte di essere stato poco incisivo.

Forse a quel punto gli inglesi capiranno che il 23 giugno non hanno votato solo contro la Ue, che ha le sue colpe innegabili, ma contro la loro stessa classe politica, ampiamente incapace di soddisfare le loro richieste.

Solo, cari inglesi, ho una brutta notizia da darvi. Non solo l’impero non c’è più e i tempi sono cambiati. Anche il popolo e la classe politica inglese, con questo processo referendario, hanno dimostrato di avere qualche problema. In questi 43 anni, la Gran Bretagna ha voluto rimanere nel club di Bruxelles con l’atteggiamento dei primi della classe. Adesso è venuto il momento di dimostrare, per primi a loro stessi, se se lo possono permettere.

@martaottaviani

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