I fischi allo stadio spingono la Turchia sempre più lontano dall’Europa

In molti hanno visto il video della partita Turchia-Grecia, quando un nutrito gruppo di ultrà ha fischiato durante il minuto di silenzio dedicato alla strage di Parigi e successivamente ha scandito lo slogan 'şehitler ölmez vatan bölünmez', che significa "i martiri non devono morire, la Patria non può essere divisa". Niente "Allah è grande", insomma, come scritto da molti quotidiani di tutto il mondo. Occorre poi aggiungere che lo slogan in questone può essere più collegato al terrorismo di matrice curda, quindi di motivo nazionalista, che a una questione religiosa.  

Turkey's players observe a minute of silence for the victims of Paris and Ankara attacks at Basaksehir Fatih Terim stadium before their international friendly soccer match against Greece in Istanbul, Turkey November 17, 2015. REUTERS/Osman Orsal

La contestualizzazione dei fatti e le attenuanti, però, per la Turchia sono finite qui. Perché quello che è successo nelle ore successive, è grave e deprimente quasi quanto i fischi durante il minuto di silenzio.

Fatta una rapida rassegna stampa dei principali quotidiani questa mattina, anche di quelli sportivi, l'unico giornale importante, anche se non molto diffuso, che ha riportato la notizia del comportamento degli ultrà turchi è stato Cumhuriyet, punto di riferimento dei laici e da tempo nelle mire dell'esecutivo islamico-moderato al governo e del presidente della Repubblica Recep Tayyip Erdogan, al quale proprio non sono andati giù i filmati e le foto pubblicate che dimostravano come Ankara abbia aiutato Isis, passandogli armi dal confine siriano.

Per quanto riguarda le edizioni online, non è andata molto meglio. Il quotidiano Hurriyet ha scritto "Loro (riferito agli inglesi) portano rispetto, noi fischiamo". Il quotidiano Milliyet riporta la reazione a livello mondiale alla scena. Il quotidiano Sabah, filogovernativo, ha correttamente riportato il fatto che quasi tutta la stampa mondiale ha scritto in modo scorretto quanto urlato dai tifosi, senza però fare accenno ai fischi, anzi, accusando la testata francese L'Equipe, di avere con il suo articolo messo indirettamente in cattiva luce i turchi che vivono all'estero e di fomentare l'islamofobia. E una parte di mondo di non sapere reagire alla barbarie. Questa mattina alcune trasmissioni hanno affrontato l'argomento, solo dopo che ne avevano parlato i media di tutto il mondo, ma l'impressione è che solo una minoranza della popolazione sia stata toccata dall'accaduto.

La parte più deprimente, infatti, sono i commenti in fondo ai pezzi online, frutto di una popolazione sempre più nazionalista, esacerbata da una stampa troppo a ricaduta interna.

Vorrei fare qualche considerazione per motivare il mio pensiero. A partire dalle tifoserie. Non è un mistero, per chi conosce il Paese, che le tifoserie organizzate abbiano quasi tutte, più o meno, una connotazione politica di destra, vuoi di matrice ultrazionalista, vuoi islamica. L'unica che differenzia in modo piuttosto netto è il Besiktas. Sono una minoranza di quelli che vanno allo stadio e come tale vanno presi. Non è nemmeno la prima volta che offrono un simile "spettacolo". La tifoseria del Trabzonsport, nel 2007, dopo l'assassinio del giornalista armeno Hrant Dink, urlò "Siamo tutti Ogun". Un omaggio all'omicida del reporter, Ogun Samast, che aveva ammazzato Dink. La differenza, rispetto ad allora, è che il Paese, la popolazione, fu pervaso da un'ondata di indignazione che questa volta, francamente, non si è vista, almeno in proporzione alla gravità dell'accaduto.

La partita di ieri era carica di significato. Non solo perché veniva dopo la strage di Parigi, ma perché la Turchia giocava con la Grecia, un Paese con cui condivide un passato di dolore, dato dalla guerra per il controllo di Smirne, dagli scambi di popolazione del 1923, dal Pogrom di Costantinopoli del 1955. Il premier greco Tsipras si trovava in Turchia per affrontare il delicato argomento dell'emergenza rifugiati, per cercare di trovare con Ankara una strategia comune e fermare gli sbarchi sulle isole elleniche e le decine di morti per annegamento attraversando quel tratto di Mediterraneo.

La verità è che ieri i tifosi turchi e oggi la parte di Paese che cerca di giustificarli, di minimizzare hanno in realtà fischiato anche su di loro. Sulla Turchia che avrebbe potuto essere, se avesse abbracciato con convinzione il cammini verso l'Europa, a questo punto più detestata e vista con diffidenza che desiderata e posta come obiettivo. Sulla Istanbul che avrebbe potuto diventare, se avesse imparato a ragionare con maggiore serenità sul proprio passato. Sul popolo, che ha perso un'occasione di maturazione e rimane ripiegato su se stesso, in un nazionalismo che forse potrà creare sicurezza, ma che davanti a episodi come questo diviene cieco e inutile e non fa altro che isolarli. Sarebbe interessante vedere quanto contino 13 anni di governo Erdogan su questo atteggiamento, ma non è questa la sede.

Ma ieri, a fare una brutta figura è stata anche la Uefa, che avrebbe dovuto sospendere la partita e che invece ha fatto proseguire come se nulla fosse, confermando quello che già sanno in molti, ossia che ormai lo sport si fa sempre meno portavoce di valori, anche di quelli non negoziabili.

@martaottaviani

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