Il caos turco nel silenzio della comunità internazionale

Quello che sta succedendo in Turchia, ormai, è così grave che si fa addirittura fatica non dico a spiegarlo ma persino a definirlo. E, se si pensa che al voto anticipato del primo novembre, dove il Presidente della Repubblica Recep Tayyip Erdogan spera di far riconquistare la maggioranza assoluta al suo partito, mancano ancora quasi due mesi, è lecito chiedersi se la Mezzaluna riuscirà ad arrivare alle urne.

Istanbul, Turkey - Riot police use water cannons and rubber pellets to disperse anti-government protesters during a peace day demonstration in central Istanbul, Turkey, September 1, 2015. REUTERS/Murad Sezer

Volendo usare un’espressione generica e un po’ colorita, potremmo dire “caos totale”. Ma non basta. C'è la guerra fra lo Stato turco e il Pkk, organizzazione separatista considerata terrorista da Europa e Stati Uniti e con la quale per anni Erdogan ha finto di trattare per porre fine a un conflitto costato oltre 40mila morti. In pochi giorni, ci sono stati decine di morti da entrambe le parti, con la Mezzaluna che ha anche portato avanti un’azione di terra lampo in Nord Iraq. Un’escalation nella lotta armata da parte dei separatisti partita dopo l’attentato di Suruc ad opera di Isis, costato la vita a 34 studenti curdi e aleviti e con il Pkk che ha accusato Erdogan di essere il mandante morale e un fido alleato dello Stato Islamico. Come se questo non bastasse e non fosse già abbastanza allarmante, ci sono almeno altre due cose.

La prima, è in atto un sistematico tentativo di diffamare l’Hdp, il Partito curdo per il Popolo democratico. E questo, per quanto scellerato, è un calcolo politico. L’Hdp alle ultime elezioni ha raggiunto il 13%, il che significa che ha contribuito pesantemente se non al calo di consensi per l’Akp di Erdogan, sicuramente al calo di seggi in parlamento e alla perdita della maggioranza assoluta. In preda a un delirio di onnipotenza ormai incontrollabile, il Capo dello Stato pensa di riprendersi quello che gli è stato sottratto a giugno con queste manovre diffamatorie, creando l’equazione Hdp=Pkk, nella speranza di essere premiato alle urne. Non si tratta solo di scorrettezza elettorale. In 48 ore sono state attaccate una decina di sedi del partito, fra cui quella di Ankara dove, particolare non da poco, sono state bruciate tutte le 60 stanze che contenevano il materiale elettorale.

La seconda, persino più grave, è che ormai il conflitto non è più solo con il Pkk o l’Hdp ma con la minoranza curda intera o con chi si opponga al suo strapotere. Da giorni, centinaia di persone sono state attaccate, ferite, caricate mentre manifestavano e non solo da parte della polizia, ma anche di organizzazioni ultranazionaliste e appartenenti alla destra islamica più eversiva. I giornali turchi ne parlano il meno possibile, nelle zone interessate dai disordini i social-network funzionano, poco casualmente, a singhiozzo. Ma lo scenario è degno dei più cupi anni Settanta, dove al posto dei militari ora c’è Erdogan, che non sembra minimamente intenzionato a placare gli animi, ma al contrario, a fomentare la situazione. Ne sa qualcosa il quotidiano Hurriyet, assaltato nelle sue sedi di Ankara e Istanbul due volte in due giorni e Ahmet Hakan, uno dei suoi editorialisti di punta, minacciato di morte in diretta televisiva da un collega del quotidiano Star.

Quello che sta succedendo in Turchia è qualcosa a metà fra una guerra civile e una lotta fra bande, un regolamento di conti e una notte dei cristalli che ormai dura da giorni. Nel totale silenzio della comunità internazionale.

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