L'ultima carta di Erdogan: le urne

La Turchia fra pochi giorni torna alle urne per le elezioni più tese e incerte degli ultimi 15 anni e, anche se questa volta più che mai, più che un voto, sarà un referendum sul presidente della Repubblica Recep Tayyip Erdogan, il Capo di Stato è scomparso dalla campagna elettorale, almeno quella tradizionale.

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Fino a questo momento, Erdogan era stato un protagonista indiscusso dei comizi, ma stavolta ha preferito stare in disparte. I più maligni dicono che dietro questa scelta ci sia la volontà di incolpare il solo premier Ahmet Davutoglu, suo fedelissimo, nel caso in cui il risultato delle urne non dovesse essere quello sperato. Ma c'è anche chi crede che il presidente abbia capito una cosa, ossia che la sua sovraesposizione mediatica, al momento, possa più nuocere che altro e visto che la sua nuova carica gli impone l'imparzialità, sia meglio non calcare troppo il palcoscenico, almeno quello dei comizi.

Ma non è l'unica novità di questa campagna elettorale. Il sistema presidenziale, vero obiettivo di Erdogan, è praticamente scomparso dal programma, puntato soprattutto sull'economia e sulla lotta al terrorismo, motivo con il quale, spesso e volentieri ce la si prende molto più con i curdi che con lo Stato Islamico.

Il presidente sta cercando di giocare al meglio le due difficili partite con l'Europa sulla questione migranti e con la Russia sulla questione siriana. Ma i due fronti aperti non devono far pensare che abbia smesso di interessarsi degli affari interni del Paese, anche se una parte della popolazione lo spererebbe ardentemente. Il primo novembre dovrebbe essere l'ultima possibilità per lui per ottenere la maggioranza assoluta e fare un governo solo con il suo Akp, il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo che guida il Paese dal 2002. Il condizionale è d'obbligo perché da alcuni fedelissimi è arrivata l'ipotesi di un'altra tornata elettorale, che poterterebbe letteralmente il Paese sull'orlo di una crisi di nervi. In realtà, Erdogan rischia molto più grosso di quanto si creda. Se dovesse rifiutare il governo di coalizione, come ha fatto per le elezioni passate, allora i primi a ribellarsi potrebbero essere proprio quelli della sua formazione politica. Secondo alcuni rumors che circolano nella capitale Ankara, molti di loro sarebbero persino pronti a uscire dall'Akp e fondare un nuovo partito, pena inimicarsi per sempre un uomo che negli ultimi quattro anni, più che guidarli li ha commissariati.

Campagna elettorale sotto tono anche per gli partiti, anche se con motivazioni diverse. Se repubblicani del Chp e nazionalisti del Mhp non hanno voluto premere troppo su un popolo che vive in una situazione di tensione permanente, i curdi dell'Hdp hanno dovuto anteporre motivazioni di sicurezza, dopo la strage di Ankara, costata la vita a oltre 100 persone.

I sondaggi sono abbastanza unanimi: lo scenario che uscirà dalle urne non sarà così diverso da quello del giugno scorso. Quello che si teme, stavolta, sono eventuali brogli e scorrettezze di vario tipo ai seggi elettorali. Erdogan ha chiesto pubblicamente agli osservatori internazionali di essere onesti. 

Intanto, non mancano pressioni sulla stampa, ormai all'ordine del giorno. Molte testate non allineate hanno avuto problemi di vario genere o sotto forma di processi contro giornalisti o con attacchi ai gruppi editoriali, come la Koza Ipek Holding, proprietaria di due quotidiani e due emittenti, messa sotto amministrazione controllata e con la polizia che ha fatto irruzione nella sede legale e negli studi televisivi.

Comunque vada, c'è un timore, che somiglia sempre più a una certezza: nemmeno dopo lunedì la Turchia potrà finalmente tirare un sospiro di sollievo.

@martaottaviani

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