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La Turchia che conoscevamo è un ricordo, ora è il caos a regnare

La Turchia è giunta al punto di non ritorno. Una volta era il Paese della Mezzaluna, eterno promesso all’Unione Europea, oggi è un Paese smarrito, dove è lecito pensare tutto, dove ora il futuro è un’ipotesi e sempre meno rosea. Gli oltre 120 morti di Ankara hanno messo una pietra tombale su tutto.

Istanbul, Turkey Carnations are seen placed on the ground during a protest against explosions at a peace march in Ankara, in central Istanbul, Turkey, October 10, 2015. At least 30 people were killed when twin explosions hit a rally of hundreds of pro-Kurdish and leftist activists outside Ankara's main train station on Saturday in what the government described as a terrorist attack, weeks ahead of an election. REUTERS/Osman Orsal
Istanbul, Turkey - Carnations are seen placed on the ground during a protest against explosions at a peace march in Ankara, in central Istanbul, Turkey, October 10, 2015. REUTERS/Osman Orsal

Dall’ambizioso ingresso nel club di Bruxelles alla lotta al terrorismo, dalla soluzione al problema curdo a un futuro normale. Nell’occhio del ciclone c’è il presidente della Repubblica Recep Tayyip Erdogan. Dall’altra parte c’è chi, più o meno a sua insaputa, paga ed è una nazione intera, non importa se islamici più o meno moderati, kemalisti, nazionalisti o curdi. Perché le due esplosioni di Ankara hanno un significato ben preciso: da questo momento nessuno è più al sicuro.

Si potrebbero sprecare fiumi di parole per analizzare come si sia arrivati a questo punto. In certe situazioni è più opportuno attenersi all’essenziale e capire cosa potrà succedere in futuro. Per adesso si sa che ci sono oltre 120 morti, uccisi da due kamikaze, sorvolando sulle biografie dei singoli, perché sarebbe troppo straziante ed estraneo ai toni di un’analisi.

Nelle ultime ore si sono rincorse diverse ipotesi. La prima è che gli attentatori fossero dei membri di Isis, le seconda è che fossero "semplicemente" simpatizzanti dello Stato Islamico, quindi imbevuti delle ideologie di al-Baghdadi ma non ufficialmente reclutati. La terza,  punta il dito contro il terrorismo eversivo di estrema sinistra del Dhk-c. La quarta, al momento la più creativa, è che l’attentato potesse essere stato in qualche modo organizzato dagli stessi gruppi armati curdi. Chi ha pensato a quest’ultima spiegazione, non conosce l’universo curdo. Il Pkk, organizzazione terroristica e separatista, con tutto il male che se ne possa pensare, non attaccherebbe mai la sua gente, specialmente riunita sotto forma di società civile. Rimane il terrorismo di matrice islamica e di estrema sinistra e anche in questo caso, difficile scegliere quale sia la soluzione migliore. Molti media turchi hanno attaccato Erdogan, accusandolo quanto meno di omesso controllo, ossia di aver permesso che i kamikaze riuscissero a operare indisturbati. Per quanto orribile possa sembrare, messa sotto la lente della razionalità, questa, nel suo orrore e nella sua drammaticità, sembrerebbe, nella sua criminalità e tragicità, persino l’ipotesi meno inquietante, per quanto aberrante.

Perché se davvero ha ragione il ministro degli Interni e non ci sono falle nella sicurezza, allora, da questo momento, vuol dire che un attentato in Turchia lo possono fare più o meno tutti. Se dovesse essere confermata la notizia per cui l’attacco è stato portato avanti dal fratello dell’attentatore di Suruç, poi, saremmo costretti a tirare un’altra tragica conclusione, ossia che la Turchia pensava di poter intrattenere rapporti ambigui con Isis, ma le relazioni pericolose con lo Stato Islamico le sono drammaticamente e letteralmente scoppiate fra le mani.

La domanda più giusta, se l’è posta la versione online del quotidiano Hurriyet ieri: quanti dovranno morire prima del primo novembre? Non è una domanda posta a caso. Il primo novembre si terranno le elezioni anticipate, dopo che, in seguito al voto del 7 giugno, i quattro partiti presenti in parlamento non sono riusciti a formare nessun tipo di governo di minoranza o coalizione. A Erdogan e il suo Akp, piacerebbe vedere i curdi rimanere sotto la soglia del 10%, quindi fuori dal parlamento, e riconquistare la maggioranza assoluta che gli è sfuggita qualche mese fa. I curdi dell’Hdp vorrebbero riconquistare il 13% delle scorse elezioni e costringere Erdogan a scendere a patti. Sullo sfondo, c’è lo Stato islamico che preme sui confini della Siria e milioni di persone atterrite, ma allo stesso tempo infastidite dalla deriva ormai oltre l’autoritario di Recep Tayyip Erdogan.

La brutta notizia, per tutti, è che per la prima volta nella storia del Paese non si sa come andrà a finire, ma c’è una certezza nefasta: la parola “pace” è lontana. Anche dal voto di novembre.

@martaottaviani

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