Mehmet Selim Kiraz è l'ultima vittima di Gezi Park

Non è un paradosso e nemmeno un’esagerazione affermare che il pubblico ministero turco Mehmet Selim Kiraz, ucciso ieri in un blitz che aveva come obiettivo liberarlo dai suoi sequestratori, sia in qualche modo la nona vittima della rivolta di Gezi Parki.

Istanbul, Turkey People attend the funeral ceremony of prosecutor Mehmet Selim Kiraz at the Justice Palace in Istanbul April 1, 2015. Kiraz died from his wounds after security forces stormed the office where members of a far-left Turkish group took him hostage on Tuesday, killing his two captors. REUTERS/Osman Orsal
Perché è stato sequestrato a causa di questa ferita mai rimarginata nella società turca, che riguarda soprattutto l’omicidio di Berkin Elvan, su cui Kiraz stava indagando e che rappresenta una pagina difficile e dolorosa nella storia recente della Mezzaluna. Berkin è morto colpito da una cartuccia della polizia mentre stava andando a comprare il pane, non aveva nulla a che vedere con le manifestazioni in corso. La morte lo ha portato via dopo oltre 150 giorni di coma, i responsabili non sono mai stati puniti e le manifestazioni organizzate dopo il suo decesso sono state represse brutalmente. Un conto rimasto aperto con lo Stato.

Per questo, è giusto scrivere che il DHKP-C è un’organizzazione terroristica e come tale va trattata, ma occorre aggiungere che nel sequestro e nell’uccisione di Kiraz il presidente Recep Tayyip Erdogan e il governo di Ankara hanno una responsabilità altissima e questo per due motivi. Il primo riguarda la dinamica dell’accaduto. Il ministro dell’Energia, Taner Yildiz, ha escluso che il maxi black-out che ha colpito la Turchia poche ore prima del sequestro possa avere influito sulla dinamica, però a questo punto qualcuno dovrebbe spiegare come abbiano fatto due terroristi armati a entrare in un palazzo di Giustizia moderno, inaugurato appena nel 2011, con migliaia di stanze e sistemi di sicurezza all’avanguardia. Sono saliti al sesto piano, hanno trovato la stanza di Kiraz senza esitazione, hanno ucciso tre poliziotti e si sono chiusi dentro lo studio del magistrato. Il presidente Erdogan ha detto che avevano su la tunica tipica degli avvocati turchi in udienza e che quindi non sono stati notati per questo motivo. Peccato che i sequestratori, poco prima del blitz in cui avrebbero trovato la morte, abbiano parlato con un’emittente televisiva, dicendo che per entrare nell’edificio è bastato un completo scuro e che non sono stati controllati da nessuno. Uno di loro, Safak Yayla, era persino già noto al dipartimento antiterrorismo eppure era a piede libero. Erdogan si è complimentato con le forze che hanno condotto il blitz, ma qualcuno dovrebbe fargli notare che non è stato né salvato Kiraz, che era sicuramente l’obiettivo primario, né presi vivi almeno uno dei due attentatori.  L’unica certezza che rimane, in questo modo, è che non sapremo mai come siano andate veramente le cose, perché i due terroristi si siano lanciati in una impresa nella quale avrebbero perso quasi sicuramente la vita.

Ma la responsabilità più grossa Erdogan e Davutoglu ce l’hanno per il clima che è stato instaurato nel Paese proprio dopo la repressione delle rivolte di Gezi Parki. Il popolo turco avverte con sempre maggiore consapevolezza la virata autoritaria messa in atto dall’Akp, il partito sulla carta ancora islamico-moderato che guida il Paese. Una presa di coscienza che riguarda più le grandi città che l’Anatolia, dove in molti sono incantati da città che hanno cambiato il volto grazie agli effetti del boom economico degli scorsi anni. Che la macchina si stia fermando, della morsa che si stringe attorno a loro, gli importa poco. Ma nelle grandi città e nella rete c’è un pezzo di società turca sempre più insofferente. Sono soprattutto gli aleviti, la minoranza di derivazione sciita perseguitata da secoli dall’Islam ufficiale turco e che sta pagando per prima gli abusi di Erdogan. Sono i componenti della piazza di Gezi Park, messi a tacere dalla repressione della polizia turca, ma che potrebbero tornare in strada da un momento all’altro. Sono le persone che fuori dal palazzo di giustizia durante il sequestro urlavano “Berkin Elvan non è morto invano” appoggiando così il gesto dei terroristi e più di loro gli account Twitter che invitavano il popolo turco a prendere una parte. Settimana scorsa il parlamento della Mezzaluna ha approvato una legge definita da molti liberticida, che dà alla polizia e ai governatori poteri straordinari, come disporre arresti e perquisizioni, scavalcando così anche la magistratura. Una mossa per eliminare le opposizioni in vista delle elezioni e stringere ancora di più la morsa. Il rischio però è che qualcuno, prima o poi, dica basta.

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