Nella Grecia post referendum il vero dramma deve ancora iniziare

È impossibile prevedere dove finirà la Grecia di Alexis Tsipras. Di certo, però, si può chiaramente spiegare come si è arrivati a questo punto. E, a ripercorrerla, la storia recente greca, ha dell’assurdo.

REUTERS/Alkis Konstantinidis

Correva l’anno 2012. Le elezioni politiche vengono ripetute a distanza di due settimane perché dalle urne esce un risultato non abbastanza netto. Syriza è il secondo partito con il 26,8%. Nasce un esecutivo detto di salvezza nazionale, formato dai conservatori di Nea Dimokratia, i socialisti del Pasok e il partito di sinistra Dimar, che in seguito sceglierà l’appoggio esterno. Il governo rimane miracolosamente, è il caso di dirlo, in piedi per oltre due anni, con circa 170 voti su 300.

Nel settembre 2014, il premier Samaras, dà quella che avrebbe dovuto essere la notizia più sospirata di tutte: nel terzo trimestre di quell’anno, l’economia greca, di poco, ma riprenderà a crescere, con uno +0,6% a fine anno. Poco, pochissimo. Ma il dato arriva dopo sei anni di recessione e sacrifici.

Avrebbe dovuto essere un punto di svolta, il coronamento di un percorso, almeno un raggio di speranza. Invece, da quel momento, la Grecia inizia ad avvitarsi in una spirale che la porterà fino al referendum di domenica.

Il casus belli è l’elezione del presidente della Repubblica. Il governo Samaras propone Stavros Dimas. Sulla parta, è il candidato ideale. Filo europeo, un passato da burocrate, noto e gradito a Bruxelles, con un ampia riconoscibilità internazionale.

Tsipras fa di tutto per creare una crisi politica. Il premier uscente, per incapacità politica o sottovalutazione della situazione, lo lascia fare. Dimas viene respinto dal parlamento per tre volte. La Costituzione è chiara: il voto è inevitabile.

Il resto, lo hanno raccontato le cronache. Si va alle urne in un clima di esasperazione, con un popolo stremato dall’austerity e un governo uscente che non riesce, o non è in grado di rappresentare ancora un’alternativa al giovane leader di Syriza. Che invece monopolizza la campagna elettorale. Forte di una strategia mediatica studiata nei minimi dettagli e delle condizioni in cui versa la popolazione, Tsipras vince a mani basse, portando a casa oltre il 36% dei consensi e alleandosi con il partito di destra (anti europeo) dei Greci Indipendenti.

Il suo governo nei primi mesi ha varato un’importante legge per garantire alcuni benefit alle categoria maggiormente colpite dalla crisi. Per il resto non sono state prese misure significative né contro gli evasori fiscali, né per ridimensionare quelle categorie che in Grecia godono ancora di privilegi soprattutto per quanto riguarda il trattamento pensionistico. Le trattative con Bruxelles, assumono in breve tempo la formula del dialogo fra sordi.

Domenica, l’epilogo di un Paese che con il 2% del pil europeo e 12 milioni di persone di vorrebbe riscrivere le regole del gioco. Su Twitter la parola “grexit”, la possibile uscita di Atene dalla moneta unica, è un top trend da giorni. Di quella tenue, flebile speranza di tornare a crescere, nel Paese, da mesi, non parla più nessuno.

L’immagine è quella di uno scalatore che decide di tornare indietro, quando ormai, in lontananza, vedeva la cima.

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