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Persa e ferita, la Turchia di Erdogan come può resistere ancora?

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Questa volta quanto meno la Turchia è costretta ad accorgersi che lo Stato Islamico è un problema e che vale la pena di combattere anche il terrorismo jihadista e non solo quello curdo. Istanbul è stata colpita nel luogo più naturale di tutti, il quartiere di Sultanahmet, punto di incontro di fedi, architetture e culture diverse, ma anche un posto dove si pensava che nessuno si sarebbe mai azzardato a uccidere.

A police helicopter flies over the Ottoman-era Sultanahmet mosque, known as the Blue mosque, following an explosion nearby, in Istanbul, Turkey January 12, 2016. REUTERS/Murad Sezer

Invece è successo e adesso che è avvenuto, Erdogan si trova a fare i conti con un Paese totalmente instabile e, se i due kamikaze di Ankara, avevano permesso al Presidente Erdogan di gridare alla strategia della tensione e vincere le elezioni di novembre, l’attentato di Istanbul non gli fa comodo per niente e, soprattutto può essere indice nella migliore delle ipotesi di una situazione non più gestibile, nella peggiore di un’amicizia finita male. Dove, dall’altra parte, c’è Isis.

Ankara da mesi è sulla bocca di tutti per via dei suoi rapporti di affari, di non belligeranza, secondo alcuni addirittura di collaborazione con lo Stato Islamico. Però da qualche settimana il meccanismo sembra essersi inceppato, tanto che la Turchia, per usare le stesse parole del Presidente della Repubblica, Recep Tayyip Erdpgan, è diventata “il maggiore bersaglio del terrorismo”.

Viene spontaneo pensare che una delle due parti possa aver fatto saltare il banco. E di motivazioni ce ne sarebbero eccome. La prima che viene in mente è il controllo della città di Mosul, in nord Iraq, che Erdogan sarebbe interessato a gestire, anche seppur indirettamente, grazie all’esercito della Mezzaluna. Ma anche i quartieri infiltrati dal Califfato in tutte le principali città turche e una società sempre più borderline potrebbero avere portato il governo islamico-moderato ad alzare la testa e a ricevere, per questo una serie di rappresaglie.

Quel che è certo è che adesso per il presidente Erdogan e il suo Paese la faccenda si fa particolarmente difficile. Nonostante i richiami a lottare uniti contro il terrorismo, la Turchia appare sempre più isolata e di sicuro non è più considerata da tempo un alleato affidabile. La gestione autonoma e scellerata della crisi siriana l’ha portata ad importare la crisi dentro i confini nazionali. Come se non bastasse, in un momento in cui la lotta con i curdi sta avendo conseguenze drammatiche sul sud-est del Paese.

Le vittime erano tutte straniere, quindi la Turchia non paga un tributo in sangue. Ma rischia di avere conseguenze serie sul turismo, oltre a fatto che, con 900 chilometri di confine condiviso con la Siria e dopo aver colpito nel luogo-simbolo per eccellenza, Isis sembra aver fatto capire che dopo questo momento può fare quello che vuole.

Riconquistare la fiducia persa per Ankara sarà molto difficile, ma potrebbe iniziare non assumendo più iniziative autonome. Dovrebbe aver capito che ottiene sistematicamente l’effetto contrario.

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