Polveriera Libia: ecco perché l'intervento militare potrebbe essere controproducente

Arturo Varvelli, ricercatore Ispi: bisogna evitare errore grossolano del 2011, destabilizzazione Libia destinata a durare a lungo.

 Un Paese nel caos, destinato a una situazione di instabilità ancora per molto tempo. Un intervento armato da ponderare e che deve essere preceduto da una forte attività diplomatica, perché il rischio è quello di un peggioramento della situazione. Arturo Varvelli, ricercatore dell’Ispi e autore di numerosi testi sulla Libia, ha spiegato a East online perché l’avanzata dello Stato Islamico sia pericolosa, ma anche perché ogni mossa della comunità internazionale vada ponderata con grande attenzione.

REUTERS

Arturo Varvelli, in queste ore le notizie che arrivano dalla Libia sono sempre più preoccupanti e prende piede l’ipotesi di un intervento militare sotto l’egida dell’Onu, qual è la sua opinione a riguardo?

Bisogna anzitutto capire bene che cosa intendiamo per intervento militare e quale sia il contesto in cui avviene. La priorità in questo momento è garantire la pace nel Paese. In questo senso un intervento di peacekeeping è almeno un cessate il fuoco dovrebbe essere preceduto da un lavoro diplomatico che richiede tempi forse non compatibili con quelli mediatici dei leader politici. Negli ultimi anni si è lavorato molto in questo senso, grazie all’inviato delle Nazioni Unite Bernardino Leon, affiancato dal lavoro veramente straordinario dell’Ambasciatore d’Italia in Libia, Giuseppe Buccino Grimaldi. Hanno portato al tavolo delle trattative entrambi i governi, quello di Tripoli e quello di Tobruk. In quello di Tripoli, che è formato da forze variegate fra cui gruppi islamici, Fratelli Musulmani, ma anche forze del tutto laiche, come quelle di Misurata, erano riusciti a portare queste ultime in una direzione diversa.


Quale sarebbe la soluzione ottimale, in questo momento?

Per come la vedo io, un peacekeeping solo dopo il cessate il fuoco e un governo di unità nazionale che veda la partecipazione anche di elementi esterni libici che hanno lavorato in istituzioni internazionali. Ci sono e sono molto in gamba. Ma è importante sottolineare che senza un accordo fra le parti, allora lasciamo le frange più estremiste del Paese in mano allo Stato Islamico, che in questo modo può facilmente radicalizzare i consensi.


In queste ore si sentono le voci più disparate sulla presenza dello Stato Islamico in Libia, forse in parte anche dovute all’onda emotiva. Ma quanto è realmente pericoloso?

Non voglio assolutamente sottovalutare il potenziale pericolo rappresentato da Is, ma in questi giorni ho letto anche cose che non corrispondono al vero. Per esempio, può darsi benissimo che ci siano bandiere del Califfato a Tripoli, ma se si parla con chi vive lì ci descrive una città piuttosto tranquilla. Questo, ovviamente al momento, la situazione può cambiare domani. Report affidabili ci dicono che ora solo Derna è completamente delle mani degli uomini di Al-Bagdadi. Lo scorso settembre un gruppo di 300 foreign fighters libici è rientrato in patria e si è fuso con un gruppo radicale islamico composto da giovani inesperti in fatto di guerra. Fino a dicembre secondo CNN erano circa 800, ora potrebbero essere un migliaio. A Sirte sono poche centinaia. Non dobbiamo cadere nel tranello mediatico, ci sono tutti gli elementi per cui il radicalismo islamico in Libia possa degenerare, ma vorrei anche fare presente che IS non è l’unica entità jihadista in Libia e che ce n’è una ancora più numerosa e strutturata, come per esempio il movimento di Ansar Al-Sharia, che conta su ben 10mila uomini e ha il suo quartier generale a Bengasi. Bisogna preoccuparsi di tutti.


La Libia è un Paese complesso, in cui si contano circa 120 tribù, può sintetizzare per i nostri lettori la sua organizzazione?

Diciamo a grandi linee che i libici riconoscono 3 livelli di identità. Il primo livello è un’identità nazionale faticosamente costruita, il secondo è un’identità regionale che non va sottovalutata per la presenza di gruppi federalisti, soprattutto in regioni come la Cirenaica. C’è poi la componente tribale, che però non va enfatizzata troppo. Per esempio, nelle città, è molto meno incisiva che nelle zone rurali. A questo vanno aggiunte minoranze importanti come i berberi, i tuareg. Un grande affresco, complesso, che viene a determinare un puzzle di alleanze e contro alleanze.


Un Paese veramente complesso. Quale può essere la sua evoluzione?

Personalmente sono molto pessimista, fin dall’intervento del 2011. La Libia senza Gheddafi ha perso qualsiasi parametro. Gheddafi si era inventato una formula informale di governo che faceva leva soprattutto sulla sua persona e che però funzionava. Il problema è che oggi in Libia non ci sono istituzioni, milizie, forze politiche a cui fare riferimento. Temo che il Paese sia destinato a rimanere instabile ancora per lungo tempo. Se poi dovesse essere fatto un errore grossolano come quello del 2011, allora i tempi si allungherebbero ancora. L’intervento militare presenta molte insidie e vanno assolutamente coinvolte anche forze interne.


Parliamo ancora di un potenziale intervento armato. Quali sono gli interessi delle nazioni che potrebbero prendervi parte

Sicuramente gli interessi attorno alla Libia ci sono sempre stati. La Francia in precedenza aveva pensato a interventi nel sud del Paese, che ormai è divenuto un hub internazionale di guerriglieri jihadisti diretti in Sahara e Sahel. Ma al momento Parigi sta adottando un atteggiamento di attesa molto simile a quello italiano. Vedo i britannici più disinteressati e gli americani decisamente distanti. Cresce invece l’interesse dei Paesi della regione. Turchia e Qatar hanno inizialmente sostenuto il governo di Tripoli anche se adesso stanno più defilate, rimane forte l’intrusione degli Emirati Arabi Uniti e dell’Arabia Saudita, oltre che naturalmente dell’Egitto.

Ecco, appunto, cosa mi dice delle mosse di Al-Sisi?

Egitto sta agendo in una logica diversa, ovviamente per i propri interessi nazionali. Appoggia il Generale Haftar, alimenta l’escalation. Sta raccogliendo il consenso anti islamista in Libia. Il rischio però è che questi poi vengano percepiti da una parte del Paese come un suo cavallo di Troia.


La situazione in Libia può avere conseguenze sulla regione?

Purtroppo ci sono già state, mi riferisco al Mali. Adesso c’è grande preoccupazione per il Ciad e il Niger. Molti gruppi radicali tunisini hanno trovato rifugio in Libia e questa è una cosa che mi preoccupa molto. L’ingerenza dell’Egitto rischia di incrementare il fenomeno e di irritare l’Algeria, con tutte le conseguenze del caso sul fragile equilibrio della regione.

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