Prove di guerra (sporca) fra Turchia e Russia

L’abbattimento del jet russo da parte della Turchia può essere letto in due modi diversi. Di certo, l’apparente compattezza della comunità internazionale, già poco convincente durante il G20 del 15-16 novembre scorso, è stata completamente sconfessata. Secondo molti analisti questo era solo questione di ore. Rimane adesso da chiarire se la decisione di Ankara sia stata autonoma o ispirata/auspicata/favorita da Washington.

A radar picture shows activities of the downed Russian warplane on the Turkish-Syrian border, November 24, 2015 in this handout photo provided by Turkish Interior Ministry Undersecretariat of Public Order and Security. Turkish fighter jets shot down a Russian warplane near the Syrian border on Tuesday after repeated warnings over air space violations, but Moscow said it could prove the jet had not left Syrian air space. REUTERS/Turkish Interior Ministry/Handout

Partiamo dal primo caso e poniamo che la Turchia abbia agito di testa propria, cosa che ormai le abbiamo visto fare sempre più spesso negli ultimi anni. Nei giorni scorsi c’erano state numerose tensioni con Mosca. Ankara aveva accusato il Cremlino di non avere colpito Isis durante i bombardamenti, ma villaggi di turkmeni, mettendo a rischio le vite di civili sui quali la Turchia si sente in dovere di vegliare. Con tutto il rispetto per le rivendicazioni umanitarie della Mezzaluna, suona un po’, se non come un pretesto, certo come una situazione forzata. Per prima cosa, fra le popolazioni di origine turkmena, ci sono anche molte fazioni dei ribelli al regime di Bashar al-Assad che la Turchia ha aiutato in questi anni e che spesso fanno parte di vere e proprie zone d’ombra della molto variegata opposizione siriana. In secondo luogo, la crisi di Damasco è stata da sempre un motivo di contrasto acceso fra Ankara e Mosca, che hanno in essere importanti accordi economici ed energetici che adesso potrebbero peggiorare sensibilmente.

La ragione dell’atteggiamento turco, potrebbe essere ricercata proprio nel vertice di Antalya. La Turchia era convinta di poter giocare un ruolo di primo piano, mentre, alla fine, il momento più rilevante del G20 è stato l’incontro fra Putin e Obama. Alla luce di queste considerazioni, la prima lettura dell’attacco al jet russo andrebbe letta come un messaggio a Russia, Francia e Stati Uniti. La Turchia c’è e vuole avere una parte importante nella soluzione della crisi. Non solo in termini di ritorni economici, ma soprattutto per quanto riguarda il futuro assetto del Paese. Che letto in termini molto pratici vuole dire no alla divisione territoriale e soprattutto alla concessione di una regione indipendente ai curdi. Questo potrebbe dare fastidio non solo per il rischio contagio in Turchia. Lo Ypg, per semplificare, la versione curdo-siriana del Pkk, attuerebbe certamente un controllo sul territorio molto forte, rilevandosi poco teneri con tribù turkemene o gruppi di opposizione protetti dalla Turchia, a seconda di come la si voglia leggere. Non è un caso che l’abbattimento sia arrivato a poche ore dall’atterraggio del presidente francese Hollande a Washington. 

C’è anche una seconda ipotesi. Negli ultimi giorni la Turchia aveva aggiornato puntualmente Washington sul suo disagio crescente nei confronti della Russia sul capitolo Siria. È quindi possibile che fosse avvisata della possibilità di un’escalation di tensione fra i due Paesi e che le vada bene così. Barack Obama è assolutamente interessato a diminuire la sfera di influenza della Russia in Siria e nella regione. Quello che sembra non continuare a considerare a sufficienza è l’instabilità della Turchia, che si comporta autonomamente come una mina impazzita che oggi ha abbattuto un caccia russo, ma che domani potrebbe trascinare la Nato in un abisso da cui potrebbe essere difficile uscire.

@martaottaviani

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