Tsipras e l'incubo delle urne

Alexis Tsipras ormai è un leader dimezzato. Con pochi amici in Europa, con quasi metà del suo partito che gli è palesemente contro, con un elettorato che non riconosce più l’eroe che aveva votato a gennaio e, come se non bastasse, con un’opposizione in parlamento che sì, lo aiuterà, ma si è improvvisamente riscoperta molto più agguerrita di quanto l’abbiamo vista negli ultimi mesi.

Athens, Greece - Greek Prime Minister Alexis Tsipras attends a parliamentary session in Athens, Greece July 16, 2015. REUTERS/Christian Hartmann

Eppure, proprio adesso, la Grecia non può permettersi un primo ministro diverso da lui e proprio adesso è arrivato il momento per lui di dimostrare se sia in grado di fare il leader o meno. Come primo passo, deve assolutamente evitare le urne. E questo per una serie di motivi. In primo luogo, se si andasse a elezioni anticipate, il quadro che ne uscirebbe sarebbe ancora più confuso di quello attuale. Syriza, il partito di sinistra attualmente al governo, rimarrebbe la prima forza politica del Paese ma con una secca perdita di consensi. Voti che probabilmente finirebbero ai diversi partiti dell’opposizione, in testa To Potami e il comunisti del KKE. Tsipras sarebbe costretto a fare una grande coalizione, cosa che può fare già adesso, evitando le urne e una campagna elettorale che farebbe solo salire il disagio e la rabbia, già fin troppo alti nell’Ellade.

E questo rappresenta il secondo punto per cui il voto anticipato è assolutamente la scartare. La Grecia è un Paese allo stremo, paralizzato dal punto di vista finanziario, dove l’opinione pubblica era già disorientata e lo è ancora di più dopo la scellerata scelta del referendum ed essersi ritrovata con il pacchetto di aiuti dalle condizioni più dure di sempre. La campagna elettorale potrebbe essere un terreno fin troppo fertile per scontri fra gruppi di estrema destra ed estrema sinistra, oltre che fra anarchici e polizia. I neo nazisti di Alba Dorata sono ancora il terzo partito e ieri in Parlamento hanno assunto i toni della campagna elettorale.

Quindi, cosa deve fare ora Tsipras? Due cose: rimpasto di governo al più presto, con scelte coraggiose e soprattutto mettere in chiaro nel suo partito una cosa: chi non sta dalla parte del salvataggio del Paese se ne deve andare. Per quanto riguarda il primo punto, il premier adesso non si trova certo nella posizione di poter fare lo schizzinoso: ha bisogno di un governo solido e per ottenerlo deve allargare non solo a Potami, ma anche a Nea Dimokratia, con il rischio però che la sua leadership venga oscurata. Ma appare ormai chiaro a tutti che il lavoro più grosso lo deve fare nel suo partito. Ieri sono stati 32 i deputati che gli hanno votato contro, fra cui alcune figure chiave della formazione.

Tsipras deve fare capire loro che non possono tenere una linea ormai schiettamente antieuropea e rimanere in Syriza. La cosa più onesta e coerente che potrebbe fare questo gruppo di dissidenti sarebbe quella di formare un partito di estrema sinistra anti memorandum, perché è chiaro che l’esperimento di Syriza, che nasceva come una federazione di partiti di sinistra, ormai è fallito. Tsipras li deve isolare prima che qualcuno reclami la sua leadership. Qualcuno, come Yannis Varoufakis, che al momento sembra avere un unico obiettivo: riprendersi la scena che gli è stata tolta.

Tsipras è uscito sconfitto e ridimensionato da quest’ultimo mese su tutta la linea, ma ha fatto un bagno di umiltà e soprattutto ha capito una cosa, ossia che almeno per il momento i suoi piani non sono realizzabili. Ha dimostrato, seppur tardivamente, buon senso e anche una dose sufficiente di realismo e di grinta. Viene ancora visto come un elemento di rottura con la vecchia classe politica. Deve fare i conti con i creditori internazionali, ma è ideologicamente contro e ha in mente un’idea di Europa alternativa, anche se nei fatti irrealizzabile. Per questo, per adesso, se si contano le altre figure nel panorama politico greco, è il miglior primo ministro che l’Ellade possa offrire al momento.

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