Turchia ancora senza governo, quali sono gli scenari possibili?

Una situazione così, la Turchia non la vedeva da anni, da prima del 2002, per la precisione, ossia da prima che il Presidente della Repubblica Recep Tayyip Erdogan prendesse il potere come primo ministro. È passato oltre un mese dalle elezioni del 7 giugno e la Mezzaluna non ha ancora un governo.

Ankara, TurkeyTurkey's President Tayyip Erdogan kisses a handmade Turkish flag, given to him as a gift from Ugandan university student Cemil (not pictured), during a graduation ceremony in Ankara, Turkey, June 11, 2015. REUTERS/Umit Bektas
Ankara, TurkeyTurkey's President Tayyip Erdogan kisses a handmade Turkish flag, given to him as a gift from Ugandan university student Cemil (not pictured), during a graduation ceremony in Ankara, Turkey, June 11, 2015. REUTERS/Umit Bektas

 Gli scenari possono essere tre e andremo a vederli fra poco. Il dato politico, innegabile, è duplice. Il primo è che per avere un parlamento più rappresentato, un governo non monocolore e secondo molti maggiore democrazia, la Turchia deve rinunciare alla sua stabilità. Il secondo è che dalle indecisioni dei partiti politici, chi ci guadagna è proprio il Presidente Erdogan, uscito “ridimensionato” dall’ultima consultazione elettorale.

Le urne hanno decretato che l’Akp, il Partito islamico-moderato per la Giustizia e lo Sviluppo, fondato dal Capo dello Stato, è ancora la prima forza politica del Paese con il 41% dei consensi, ma non abbastanza per fare il governo da solo. All’opposizione i repubblicani del Chp rappresentano la forza preponderante, seguiti, quasi a pari merito, dai nazionalisti del Mhp e dai curdi del Bdp, che rappresentano l’exploit delle precedenti elezioni, ma il cui straordinario 13% non sembra per il momento avere apportato vantaggi concreti alla minoranza. Tre anime troppo diverse, che non trovano un terreno comune per contrastare in modo efficace Erdogan e i suoi.

Gli scenari possibili al momento sono tre: governo di minoranza, coalizione ed elezioni anticipate.

Il governo di minoranza al momento sembra l’ipotesi più probabile. Erdogan ha conferito all’ex ministro degli Esteri e premier uscente, il fedelissimo Ahmet Davutoglu, il mandato per formare un nuovo esecutivo. Difficilmente troverà interlocutori disposti ad appoggiarlo, se non esternamente. Il risultato sarà una squadra che di volta in volta dovrà trovare il consenso necessario in parlamento per fare passare le proprie leggi, con il rischio che il Paese si trovi in crisi politica da un momento all’altro, e senza dubbio incapace di fare votare la riforma in senso costituzionale alla quale Erdogan tiene tanto. La coalizione sarebbe piaciuta a molti, in primis a quella parte dell’Akp sempre più scettica per la deriva autoritaria assunta dal Presidente. Ma i margini non ci sono e, nel caos totale, i repubblicani del Chp hanno addirittura provato a sognare una super coalizione con dentro loro, i nazionalisti e i curdi, ricevendo dagli interessati un rifiuto.

Le elezioni anticipate sono il sogno di Erdogan e se Davutoglu, come possibile, tergiversa nelle negoziazioni o ce la mette tutta per non formare un governo, allora potrebbero diventare realtà. E il presidente si presenterà alle urne con un’arma formidabile: senza di lui la Turchia non funziona. A quel punto, anche a causa di un’opposizione sempre più inefficace, potrebbe essere veramente troppo presto per darlo politicamente per morto. 

@martaottaviani

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