Turchia: chi osa contraddire Erdogan?

Sarà che si sono stancati di vincere facile e che dall’opposizione non arriva un brivido neanche a pagarlo, saranno gli ultimi sondaggi che li vedono in netta perdita dei consensi, sta di fatto che a meno di tre mesi da elezioni politiche chiave, in Turchia il clima è incandescente.

REUTERS/Umit Bektas
Soprattutto in casa Akp, il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo, di orientamento ufficialmente ancora islamico-moderato, che guida il Paese dal 2002 e che il 7 giugno affronterà per la prima volta le elezioni politiche senza Recep Tayyip Erdogan (divenuto presidente della Repubblica l’anno scorso) alla guida.

Quello che dovrebbe essere un banco di prova, anche se non dei più sereni, si sta trasformando in uno psicodramma, aggravato dal fatto che, per la prima volta dalla sua fondazione, qualcuno nell’Akp ha alzato la voce per fare capire a Erdogan che il commissariamento del partito e il suo strapotere stanno iniziando a dare fastidio. A farlo è stato niente meno che il vice premier Bülent Arinç, per anni fedelissimo dell’ex primo ministro e fra i fondatori dell’Akp con Erdogan e Abdullah Gül nel 2001.

È da tempo che Arinç, a capo di una corrente molto importante del partito, ha vedute molto diverse rispetto a quelle del Capo dello Stato. L’idillio, da alcuni ritenuto sempre molto artificiale, fra i due ha cominciato a rompersi durante le proteste di Gezi Parki, quando Arinç era a favore di un dialogo con i manifestanti mentre Erdogan del pugno di ferro. La rivolta è stata soppressa come tutti sappiamo e nei mesi successivi le cronache nazionali sono state occupate dallo scontro fra le due ali della destra islamica, una capeggiata da Erdogan e l’altra dal filosofo islamico in autoesilio negli Stati Uniti, Fetullah Gülen. In questo frangente, Arinç ha tenuto un profilo basso, tacendo davanti all’eliminazione politica di Abdullah Gül, ai giornalisti arrestati, alla deriva autoritaria di cui Erdogan è accusato almeno dal 2011.

Eppure questa volta il giurista della politica turca (prima di fondare l’Akp, Arinç era uno degli avvocati più noti del Paese) sembrerebbe proprio aver deciso di dire basta.

Il casus belli è stato il newruz, il capodanno curdo della settimana scorsa, e la road map governativa per normalizzare i rapporti con la minoranza. Erdogan, che è stato il primo ad avviare questo processo nel 2009, è entrato a gamba tesa sulle trattative portate avanti dall’attuale premier, Ahmet Davutoglu e dall’Hdp, il Partito curdo per il popolo democratico, che siede in parlamento e che alle prossime elezioni potrebbe fare il pieno di voti, sottraendoli proprio all’Akp. Arinç non solo ha caldamente consigliato al vecchio amico di impicciarsi degli affari suoi, gli ha anche ricordato che fare il capo di governo è una cosa, il presidente della Repubblica un’altra. La cosa, a livello teorico, non fa una grinza. Se però si pensa che Erdogan si è fatto eleggere capo dello Stato in attesa che passi la riforma costituzionale che prevede un presidenzialismo alla francese, quindi poteri sempre più forti, allora le parole di Arinç assumono tutt’altra sfumatura, quella della minaccia, visto che è proprio l’Akp e i deputati che fanno capo a lui che dovranno approvare le modifiche costituzionali che Erdogan attende con tanta ansia.

La crisi però si è ingrossata. In difesa del presidente della Repubblica è sceso niente meno che il sindaco di Ankara, Melih Gökcek, probabilmente la figura più controversa e criticabile di tutta la politica turca, che ha accusato Arinç di essere niente meno che un seguace di Fetullah Gülen, un’accusa che negli ultimi mesi in Turchia porta alla gogna mediatica nella migliore delle ipotesi e all’arresto nella peggiore. Il vecchio giurista non si è fatto intimidire e ha replicato apostrofando il primo cittadino della capitale come molti pensano nel Paese: inopportuno e corrotto. Il premier Ahmet Davutoglu è intervenuto a placare gli animi come poteva, cercando di rimanere super partes e richiamando a un maggiore buon senso a così poco tempo dalle elezioni, ma intanto l’altra sera il “dossier Arinç” è stato l’argomento di una riunione fra il premier ed Erdogan durata quasi due ore.

L’obiettivo, in questo momento, è fare in modo che l’Akp, ben lungi dall’essere il monolite che tutti credevano, si crepi e si indebolisca prima di un voto tanto importante. Gli analisti sono divisi in due. C’è chi crede che, anche questa volta, si finirà per tornare nei ranghi e che Arinç abbia mosso quei rilievi da un punto di vista squisitamente giuridico. Ma anche chi crede che da questo momento, anche se l’Akp dovesse vincere la prossima consultazione elettorale la gestione del potere sarà molto meno idilliaca e condivisa.

Arinç è il proprietario di un vero e proprio piccolo impero all’interno dell’Islam moderato: territori dove è la personalità politica leader per eccellenza, collegi sicuri in mano ai suoi uomini con tutto quello che ne consegue a livello locale. Che tradotto vuole dire: mettere da parte il vecchio giurista non sarà facile. C’è poi un altro dubbio che affligge la corazzata islamico-moderata. L’ex presidente Abdullah Gül è da tempo silente, ma non del tutto inattivo. Se lui e Arinç, che pure appartengono ad ali diverse della destra islamica turca, dovessero trovare una propria strada, allora lo strapotere di Erdogan sarebbe più che in discussione.

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