Turchia: ecco la legge bavaglio che minaccia le elezioni

A poche settimane da un voto politico chiave per il futuro del Paese, in Turchia, oltre alla tensione alle stelle, è arrivata anche la Legge Bavaglio. Anzi, due. Venerdì il Parlamento di Ankara ha approvato un provvedimento molto controverso e criticato da Bruxelles, che per l’opposizione della Mezzaluna ha trasformato definitivamente il Paese in uno stato di polizia.

REUTERS/Osman Orsal

 La nuova normativa aumenta i poteri delle forze dell’ordine, che da questo momento sono autorizzate a usare armi durante le manifestazioni, a eseguire perquisizioni sui manifestanti, intercettazioni e detenzioni fino a 48 ore. Il tutto senza che intervenga il magistrato. Anche i governatori delle 81 province turche avranno la facoltà di ordinare arresti, di intervenire nelle procedure giudiziarie e di dichiarare lo stato di emergenza. Una legge che indebolisce ulteriormente i giudici, ma che soprattutto assegna poteri enormi a due autorità, le forze dell’ordine e gli enti locali, saldamente nelle mani dell’Akp, il Partito ufficialmente ancora islamico-moderato per la Giustizia e lo Sviluppo, che governa il Paese dal 2002 e che il 7 giugno sfiderà le urne per la prima volta senza Erdogan a capo della formazione. L’ex premier, che nel frattempo è diventato presidente della Repubblica, firmerà la legge nei prossimi giorni. Lui e i suoi uomini saranno gli unici a essere contenti di questo provvedimento.

Il resto del Paese trema e pensa che questa volta la strada verso la repressione aperta sia spianata per sempre. Già dai tempi di Gezi Parki i milioni di persone scesi in piazza avevano potuto assaggiare i brutali metodi di gestione dell’ordine della polizia, fatti di idranti, lacrimogeni, cartucce dei lacrimogeni sparate ad altezza d’uomo e proiettili di gomma. Ma i più preoccupati di tutti sono i curdi che, guarda caso, alle prossime elezioni saranno gli avversari più temibili per l’Akp. Il problema è che la legge, anche per gli islamico-moderati, è un’arma a doppio taglio. Con il provvedimento centinaia di militanti, candidato o anche solo simpatizzanti dell’Hdp, il Partito curdo per il popolo democratico, possono finire dentro ed essere resi inoffensivi. Se però questo dovesse succedere e dovesse comportare una massiccia perdita di consensi in una consultazione che si prevede veramente molto interessante per la minoranza, allora la Turchia potrebbe tornare a vivere scene da anticamera della guerra civile come quelle dello scorso ottobre, quando migliaia di persone hanno messo a ferro e fuoco il sud-est a maggioranza curda, per protestare contro l’inattivismo della Turchia durante l’assedio della città curdo-siriana di Kobane e contro la politica ambigua di Erdogan, accusato da molti di essere troppo blando con Isis, al limite della connivenza. Negli occhi dei turchi sono rimasti ricordi di città distrutte, oltre 40 morti in quattro giorni e decine di milioni di euro di danni che qualcuno dovrà pur pagare. Per il governo, l’incubo di una guerra fra bande. I manifestanti infatti non sono rimasti uccisi negli scontri con la polizia, ma in lotte che hanno visto i curdi da una parte e militanti ultranazionalisti e islamici dall’altra.

Per questo, in questo momento, la strategia che Erdogan e i suoi stanno seguendo sembra essere quella del controllo a tutti i costi, anche a costo di sacrificare le libertà individuali. In questa operazione, il controllo dei media è fondamentale. Per questo, dopo Gezi Parki, decine di giornalisti, anche fra le firme più note del Paese nella migliore delle ipotesi sono passati a media minori di opposizione e nella peggiore hanno perso il posto di lavoro. In 227 giorni le querele per offesa a Erdogan sono state 236, segno che del Presidente della Repubblica è bene parlare solo in una certa maniera. E adesso, come se il resto non bastava, è arrivata anche una legge che attua un ulteriore giro di vite all’attività online, dopo quella approvata nel settembre 2014. Il nuovo provvedimento consentirà ai ministri i bloccare in modo assolutamente arbitrario e senza l’intervento della magistratura siti giudicati pericolosi per la sicurezza nazionale che, con i chiari di luna attuali nel Paese, si potrebbero ridurre soprattutto a siti di informazione e social network. I precedenti non lasciano molto spazio all’ottimismo. Youtube e Twitter sono già stati bloccati in passato ed Erdogan ha più volte minacciato di chiudere anche Facebook. Al momento le pagine bloccate in Turchia sono 67mila. Un numero che piace poco non solo all’Europa, ma anche alla Tusiad, la Confindustria turca, ormai sempre più in rotta di collisione con esecutivo e Presidente della Repubblica.

L’opposizione ha annunciato che entro la data delle elezioni presenterà le due leggi alla Corte Costituzionale per farle annullare. La vera partita, però, è ai seggi il 7 giugno e anche questa volta sia i repubblicani laici del Chp sia i nazionalisti del Mhp rischiano di arrivare altamente impreparati. Questo rappresenta il più grosso regalo che si possa fare a Recep Tayyip Erdogan. Se l’Akp supererà i due terzi dei deputati, infatti, a quel punto la strada verso la riforma in senso presidenziale della Costituzione sarà spianata.

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