Turchia: si prepara un autunno molto molto caldo

Il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, punta alle elezioni anticipate, il Pkk, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, alla difesa di sé stesso e del controllo territoriale del sud-est della Mezzaluna. Sembra quasi un paradosso, ma, da qualunque parte la si guardi, a fare le spese di questo scontro è l’Hdp, il Partito curdo dei popoli democratici, rivelazione delle ultime elezioni del giugno scorso e al quale Erdogan vorrebbe strappare più consensi possibili in vista di un ipotetico voto il prossimo novembre.

Diyarbakir A demonstrator holds a portrait of Kurdistan Workers Party (PKK)'s jailed leader Abdullah Ocalan during a march in solidarity with him in Diyarbakir, Turkey, August 1, 2015. REUTERS/Umit Bektas

I toni usati dal presidente sono da tempo quelli della campagna elettorale. Così tanto, da fare pensare che il sanguinoso attentato a Suruç del 20 luglio scorso abbia dato a Erdogan il pretesto migliore per rompere una trattativa, quella con il Pkk, che forse non ha mai portato avanti con grande convinzione e utilizzare la lotta all’organizzazione separatista come mezzo per sviare l’attenzione dagli altri problemi del Paese, sapendo che il motivo nazionalista, ancora oggi, è in grado di compattare la società turca a livelli inimmaginabili in Italia.

A questo si deve aggiungere l’atteggiamento ambiguo della Turchia nei confronti di Isis, così ambiguo da avere portato il Pkk a dire che fra i terroristi di Al-Baghdadi e i servizi della Mezzaluna non c’è alcuna differenza. Sta di fatto che le armate di Ankara hanno avviato un'imponente azione militare, con l'accusa di aver colpito non solo i campi di addestramento dell'organizzazione in Nord Irak, ma anche villaggi abitati da civili, mentre contro Isis non si è vista uguale mobilitazione.

Il segretario dell’Hdp, Selahattin Demirtas, da tempo ormai la voce più dura dell’opposizione contro lo strapotere del Presidente, ha parlato apertamente di strategia per screditare il suo partito in vista del voto, attraverso la demonizzazione del Pkk. Alle ultime elezioni, infatti, proprio l’exploit dell’Hdp e la buona prova dei nazionalisti del Mhp, hanno fatto perdere per la prima volta all’Akp, il Partito islamico-moderato di Erdogan, la maggioranza assoluta dei seggi, costringendolo, almeno sulla carta, al governo di coalizione. Ormai sono passati due mesi dal voto e non solo l’intesa con gli altri partiti politici non arriva, l’eventualità che si vada a elezioni anticipate si fa sempre più forte e diventerà una certezza il prossimo 24 agosto, quando scadranno i termini previsti dalla legge per la formazione dell’esecutivo.

Il clima, nel Paese, è come se si dovesse andare alle urne fra una settimana e già da adesso si sa che il tema curdo, con annessi e connessi, sarà uno dei più delicati della campagna elettorale, certo molto più di Isis, che dai politici e la stampa viene trattato come se fosse un problema minore e come se esistesse solo il terrorismo di matrice curda.

Con una tempistica che sembra tutto tranne che una coincidenza, a fine agosto si tiene il Consiglio superiore militare. Il Capo di Stato Maggiore uscente, Necdet Ozel, cederà il posto al suo successore designato, Hulusi Akar, noto per essere uno strenuo difensore dell’unità nazionale e quindi ben lieto di poter proseguire azioni per colpire il Pkk. I separatisti, dal canto loro, continuano l’azione di rappresaglia, iniziata dopo i 33 morti di Suruç che erano in gran parte studenti curdi e aleviti, incuranti del danno che rischiano di provocare al loro partito di riferimento.

L’immagine è quella di un Paese dove la soluzione della questione curda rischia di apparire un’utopia e dove entrambe le parti sembrano poco interessate a mettere la parola fine a una guerra costata oltre 45mila morti, seppure per motivi diversi. Il governo per motivi di opportunità politica, il Pkk per reazione al voltafaccia di Erdogan e il suo disinteresse mentre i curdi siriani venivano attaccati dallo Stato Islamico, oltre naturalmente alla difesa del controllo di traffici di armi e droga.

Quello turco sarà un autunno caldo: la rabbia rischia di esplodere anche fra la gente.

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