Turchia: trionfa Erdogan, si allontanano l'Europa e la democrazia

I casi sono due. O da oggi non si dovrà più credere ai sondaggi e questo potrebbe non essere un male. Oppure si sarà ancora più autorizzati a credere che nella vita a pensare male si fa peccato ma il più delle volte ci si prende. E questo, a veder come sono andate queste elezioni, certo non sarà un bene, ma è comprensibile.

Women wave flags outside the AK Party headquarters in Ankara, Turkey November 1, 2015. REUTERS/Umit Bektas

 Attenendosi strettamente al risultato del voto e dimenticandosi che stanno piovendo accuse di brogli e limitazioni da tutte le parti, Recep Tayyip Erdogan e in seconda battuta il suo Akp, il Partito islamico-moderato per la Giustizia e lo Sviluppo, sono stati i trionfatori delle urne. Non si sono accontentati di conquistare il 49,5% dei consensi, sono andati a prendere voti anche in regioni dove di solito era più deboli: il sud-est del Paese a maggioranza curda, la regione del Mar di Marmara, storicamente in mano ai laici, persino la città-simbolo del kemalismo, Smirne.

L'unico partito ad avere tenuto a livello nazionale è il Chp, il Partito repubblicano del popolo, di orientamento laico. Ma per il resto è una Caporetto, soprattutto per i curdi, che dallo storico 13% di giugno si sono ritrovati con un 10.7% e il brivido, fino all'ultimo momento, di non entrare in parlamento. Di sicuro, hanno pagato il fatto di non aver potuto fare campagna elettorale, soprattutto per motivi di sicurezza.

Dopo la strage di Ankara dello scorso 10 ottobre, l'Hdp, il Partito curdo democratico dei popoli ha scelto di rinunciare ai comizi di piazza, limitandosi a piccoli incontri e al passaparola. Ma probabilmente il leader curdo Selahattin Demirtas e la dirigenza hanno tenuto troppo poco in considerazione un aspetto: anche il popolo curdo non ce la fa più. Come avevamo scritto su East lo scorso luglio, il Pkk, il Partito dei lavoratori del Kurdistan, l'organizzazione separatista-terrorista alla fine è stata nociva tanto quanto Erdogan. Hanno aspettato i 102 morti di Ankara prima di intervenire e dichiarare una tregua unilaterale escluso il caso di attacco diretto.

Hanno preso questa decisione troppo tardi, quando il sud-est del Paese era stato messo a ferro e fuoco per quasi tre mesi e quando alcune zone, come quella di Cizre, sono state teatro di una vera e propria sparatoria durata ore con lo Stato turco.

Rimane il fatto che il trionfo dell'Akp, dopo che a giugno era venuto fuori un quadro del Paese molto diverso, rimane e pone delle serie domande sulle reali aspirazioni del popolo turco e su che cosa la Mezzaluna si debba aspettare adesso per il suo futuro.

Settimane fa si era scritto che le urne sarebbero state un vero e proprio esame di maturità per il popolo turco. Duole ammetterlo, ma, se le elezioni sono state realmente trasparenti, non ci sono i margini per assegnare nemmeno un 36 politico, con la vecchia votazione. La Turchia che esce dalle urne è un Paese a forte imprimatur nazionalista, dove l'elettorato dell'Akp si divide in due parti. La prima è rappresentata da chi vota Erdogan ancora per convenienza e la seconda, in aumento e sempre più inquietante, è rappresentata da chi vota Erdogan perché ci crede e vede in lui un leader politico sovranazionale, in grado di rappresentare una guida per tutto il mondo islamico.

Da qualunque parte la si guardi, è una Turchia sempre più lontana dall'Europa, dove le minoranze non vanno incontro a un futuro tranquillo e di sicura garanzia di una destabilizzazione della regione. Con forte mandato popolare. 

 

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