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Turchia: un anno vissuto lungo un piano sempre più inclinato

Fatto un rapido bilancio del 2015, la Turchia per il 2016 dovrebbe porsi l’obiettivo di mettere un po’ di ordine almeno nella sua politica estera e, possibilmente, ricondursi a più miti consigli. In realtà, sul finire dell’anno, Ankara ha dato dei segnali di ricollocamento nelle sue posizioni, ma più per convenienza che per reale convinzione.

REUTERS/Stringer

La crisi diplomatica con la Russia dopo l’abbattimento del Sukhoi-24 dello scorso 24 novembre, diretto in Siria e accusato di aver invaso per qualche minuto i cieli della Mezzaluna, più che rafforzare la posizione della Turchia, ha messo in risalto quanto quest’ultima sia isolata nella comunità internazionale. Con Mosca i rapporti sono compromessi. Il capo del Cremlino ha fatto capire al presidente Recep Tayyip Erdogan, che con gli altri leader mondiali può giocare al rialzo a costo di tirare la corda. Con lui, no.
Ma dall’altra parte Ankara ha dovuto prendere coscienza del fatto, per l’ennesima volta, che la Nato non è disposta a farsi trascinare in un’escalation di tensione e farsi imporre la sua soluzione della crisi siriana. Proprio questo sarà il capitolo più spinoso per il prossimo anno. Raggiungere un accordo che accontenti tutti è praticamente impossibile e adesso che fra Russia e Turchia sono ai ferri corti, Obama faticherà e non poco a trovare una linea condivisa. I due nodi più critici sono da una parte il destino di Bashar al-Assad, che Ankara vorrebbe vedere come minimo dimissionario, se fosse possibile anche destituito, dall’altra il futuro stesso del Paese, ormai di fatto smembrato ma che, nel desideri della Turchia, almeno formalmente, dovrebbe restare unito per evitare troppe ufficializzazioni dell’indipendenza curda.
E qui entra in campo un terzo problema, decisamente non di secondo piano: la lotta a Daesh. I curdi siriani sono di fatto la forza di terra che sta contrastando con più efficacia le truppe del Califfato. Difficilmente rinunceranno a un riconoscimento territoriale chiaro una volta che il pericolo terrorismo e la crisi siriana avranno fine. Inutile dire che fra i curdi siriani e la Turchia non corra buon sangue. Ankara considera il Pyd, il Partito di unione democratica, che controlla i distretti indipendendi oltre confine, una sorta di versione siriana del Pkk, il Partito dei lavoratori del Kurdistan, considerato un’organizzazione terroristica.
Con una situazione del genere, di isolamento internazionale e a rischio concreto di contagio in casa, alla Turchia non rimane altro che rispolverare qualche vecchia amicizia che ultimamente ha dato parecchi problemi soprattutto a causa della Turchia stessa: Israele.
Il premier Ahmet Davutoglu ha dichiarato che sarebbe stata Gerusalemme a favorire un riavvicinamento dopo la vittoria alle ultime elezioni dell’Akp, il Partito islamico-moderato fondato dal presidente Erdogan e che rimarrà alla guida del Paese fino al 2019. Fonti di stampa e corridoi del potere, però, raccontano una versione un po’ diversa. Sarebbe stata proprio la Mezzaluna a cercare le autorità israeliane e a proporre un accordo per la normalizzazione dei rapporti, vantaggioso per entrambe le parti. Ankara rinuncerebbe alle scuse ufficiali da parte di Gerusalemme e accetterebbe 20 milioni di dollari come compensazione per le vittime della Mavi Marmara, la nave attaccata dalla marina israeliana in acque internazionali mentre cercava di rompere l’embargo e portare viveri sulla Striscia di Gaza. In cambio le relazioni diplomatiche tornerebbero a livello di ambasciata, e non più di addetto commerciale come ora, e potrebbero essere siglati accordi energetici quanto mai strategici, ora che l’alleanza con Mosca, il primo fornitore di gas di Ankara, barcolla.
Lasciato un amico utile, se ne ripesca un altro, insomma. E non uno a caso. Se l’Europa a causa dell’emergenza rifugiati, è disposta a chiudere un occhio, anche due, sulla posizione ambigua della Turchia, gli Stati Uniti sarebbero molto felici di poter considerare Ankara un partner nuovamente affidabile. Almeno per un breve periodo. La speranza, per i prossimi 12 mesi è quella di vedere una Mezzaluna meno ondivaga nelle sue strategie, più chiara nei suoi rapporti con Stato Islamico e Qatar e soprattutto meno potenzialmente pericolosa per tutta la regione.

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