Voto anticipato in Grecia e Turchia, ennesima mina vagante per l'Europa?

Grecia e Turchia vanno al voto anticipato e in entrambi i casi lo fanno per necessità dei rispettivi leader, entrambi in un momento critico della loro carriera, ma con una differenza fondamentale. Mentre il presidente della Mezzaluna, Recep Tayyip Erdogan, tenta la spallata per conquistare il potere assoluto, con mezzi non esattamente leciti, il premier ellenico, Alexis Tsipras, sulla carta politicamente più onesto e meno ambiguo, ha il non facile compito di dimostrare di essere un leader credibile e di poter portare fuori l'Ellade dal baratro in cui è precipitata negli ultimi otto anni a causa della crisi.

Un'altra grande differenza, è che, se Erdogan sa di aver contro in modo compatto tutta l'opposizione e soprattutto la minoranza curda, Tsipras ha scoperto che i suoi peggiori nemici, per lungo tempo, li ha tenuti in casa e il regolamento di conti all'interno del Partito di sinistra Syriza è proprio il motivo principale del voto anticipato greco. Negli ultimi mesi il premier ellenico ha dovuto fare marcia indietro su molti punti chiave del suo programma elettorale dello scorso gennaio, che mirava a ribaltare le politiche di austerity, sostituendole con un piano che stimolasse la crescita interna.

L'errata stima del proprio peso in Unione Europea, la posizione irremovibile della Germania e di altri Stati, ma anche metodi di negoziazione poco ortodossi a opera del ministro delle Finanze uscente, Yannis Varoufakis, ha portato Tsipras a una virata quasi a 180 gradi e a dover accettare condizioni ben lontane da quelle che avrebbe voluto presentare al popolo greco per aggiudicarsi il prestito da 86 miliardi di dollari. A questo va aggiunta una gestione del potere troppo sul breve termine, dove il premier sembrava quasi navigare a vista, indicendo un referendum che vedeva il partito compatto sulla linea anti austerity e subito dopo accettando un accordo che ha spaccato Syriza in due. Il giovane primo ministro ha capito che per il popolo greco la cosa più importante era rimanere nell'area euro. Ma è destinato a perdere una parte del suo elettorato, vuoi perché ideologicamente più vicino al Partito Unità popolare, nato dalla corrente più radicale di Syriza, vuoi perché disorientato dalle sue scelte.

Erdogan sembra avere il problema opposto. Il presidente della Repubblica, che nei toni e nelle decisioni continua a comportarsi come se fosse il primo ministro, è fin troppo chiaro nella sua politica, tanto che, ormai nel Paese, piovono accuse da tutte le parti. La più grave è quella di avere utilizzato la minaccia terroristica di Isis come pretesto per muovere attacchi armati ai curdi del Pkk, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, mettere in cattiva luce l'Hdp, autore di uno straordinario exploit elettorale lo scorso 7 giugno, a causa del quale Erdogan per la prima volta ha perso la maggioranza assoluta in Parlamento.

Il presidente sa fin troppo bene che la crescita economica vissuta dal Paese, e che è stata per anni il motivo principale del suo successo elettorale, ormai è un ricordo. Per questo andrà al voto giocandosi tutte le carte nel suo mazzo, prima fra tutte quella della stabilità e continuità governativa, che lui è riuscito a garantire per 13 anni e Tsipras nemmeno per sette mesi.

Il popolo turco il 1° novembre deve decidere se sacrificare quel che resta della sua democrazia per non ripetere scenari politici di instabilità che ricordano molto quelli degli Anni Novanta. Il popolo greco il 20 settembre dovrà dimostrare di essere definitivamente riconvertito al realismo e che non può rimanere in Europa alle sue condizioni.

Quanto ai risultati, Erdogan e Tsipras, potrebbero vedersi riuniti in una poco gradita circostanza: quella del bagno di umiltà forzato. 

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