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I millennials alla sfida dell'Artico

La regione che circonda il Polo Nord è sempre più contesa, in primis per motivi energetici. Ma per i giovani le opportunità sono poche, la depressione è in agguato e la fuga sembra l’unica soluzione. Dalla Lapponia all’Islanda però, c’è chi cerca nuove vie allo sviluppo, puntando sulle (bio)risorse locali

Gli iceberg incagliati dalla marea si trovano sulla spiaggia di Nuuk, in Groenlandia, il 5 giugno 2016. REUTERS / Alister Doyle
Gli iceberg incagliati dalla marea si trovano sulla spiaggia di Nuuk, in Groenlandia, il 5 giugno 2016. REUTERS / Alister Doyle

La regione artica, quella che circonda il Polo Nord, ha acquistato negli ultimi anni una grande importanza strategica. Secondo uno studio dell’US Geological Survey pubblicato dalla rivista Science nel 2009, sotto il ghiaccio superficiale del mare artico giacerebbe all’incirca un quarto di tutte le riserve mondiali di idrocarburi: il 13% dei giacimenti di petrolio e il 30% di quelli di gas. In altre parole, la regione più settentrionale della terra conterrebbe da sola l’equivalente dell’intero fabbisogno mondiale di greggio per tre anni, e di metano per quattordici anni.

L’innalzamento della temperatura globale – il 2016 è stato l’anno più caldo mai registrato sulla terra e verrà con ogni probabilità superato dal 2017 – ha portato a una riduzione della calotta artica talmente evidente che la scorsa estate, una petroliera russa è riuscita ad attraversare il mare glaciale artico senza l’aiuto di una rompighiaccio. Era la prima volta nella storia che una nave era riuscita a compiere la traversata senza difficoltà. Proprio la grande importanza della regione artica nel mantenimento della temperatura globale – il Polo Nord è considerato il freezer del nostro pianeta – e come riserva naturale di energia fossile, ne fanno un’area geopolitica molto contesa.

Se però grandi potenze come Stati Uniti e Russia stanno intraprendendo una corsa all’oro per attingere per prime all’oceano di materie prime intrappolate sotto il ghiaccio, le aree più rurali della regione artica stanno perdendo la propria economia. E sono proprio i giovani a scappare. Secondo un recente report del Nordic centre for spatial development, ad eccezione della Scandinavia settentrionale, la regione dell’alto artico è caratterizzata da un’ambiente estremo, povero e rurale.

Molte aree mancano ancora di infrastrutture, mentre l’economia è principalmente basata sull’industria primaria, come il settore della pesca. Prendiamo ad esempio uno Stato come la Groenlandia. Con un reddito medio pro capite annuo di 33.000 $, secondo la Banca Mondiale, la Groenlandia non può essere catalogata come paese in via di sviluppo. Pur con un alto reddito, almeno un quarto dei groenlandesi vive ancora in piccoli insediamenti e non ha accesso a servizi di base come un’adeguata assistenza sanitaria e a un sistema scolastico di qualità. L’aspettativa di vita si aggira intorno ai 70 anni, un dato che è largamente influenzato anche dall’alto tasso di suicidi. In media, tra il 20 e il 25% della popolazione in Groenlandia prova almeno una volta nella vita a suicidarsi, soprattutto in età giovanile: nel 2013, ultimo anno di cui si hanno dati disponibili, venticinque under 30 si sono tolti la vita.

Senza andare a scomodare un esempio fin troppo particolare di vita nell’università più settentrionale del mondo, nell’isola di Svalbard - un centro di ricerca norvegese più unico che raro dove gli studenti vengono armati dall’università stessa con un fucile da caccia, per affrontare il pericolo degli orsi polari nel tragitto verso le lezioni – per capire meglio come i giovani vivano l’artico basta recarsi nella cittadina di Tromsø, nel nord della Norvegia peninsulare. La notte polare qui dura tutto l’inverno, da novembre a febbraio. Per circa quattro mesi, il sole a Tromsø non sorge mai. La più popolata città universitaria della regione artica, nonostante una migrazione netta negativa negli ultimi dieci anni, riesce comunque a mantenersi viva, ma deve ringraziare soprattutto il contributo numerico dei numerosi nuovi studenti internazionali che ogni anno si iscrivono all’università. Perché essere millennials in questa regione non è facile, soprattutto se si è nati e cresciuti qui. Nonostante il disgelo, le opportunità di sviluppo sono molto precarie, e il futuro, per molti giovani, rimane incerto, specialmente nella regione dell’alto artico, dove la fascia media di popolazione, quella che va dai 20 ai 64 anni, è in continuo calo, scendendo addirittura sotto al 25% della popolazione totale.

Secondo il report del Nordic Centre, l’espatrio dei millennials dalla regione artica rappresenta una sfida che pone sotto pressione non solo gli enti di governo locali, ma anche le università, che non riuscirebbero più a trattenere i propri studenti una volta finito il ciclo di studi. La scarsa attrattività di un’economia basata perlopiù sul settore primario, renderebbe le ragazze più propense a iscriversi all’università rispetto agli uomini, e le spingerebbe maggiormente a cercare poi all’estero una carriera lavorativa più stimolante. È difficile – sottolinea il report – far ritornare nella propria comunità di provenienza i giovani laureati che hanno speso così tanto per la loro educazione, in termini di investimento economico e temporale.

In molteplici interviste condotte per il centro di ricerca europeo Nordregio, alcuni giovani della regione hanno parlato delle difficoltà giornaliere di vivere e studiare in una delle regioni più ostili del pianeta. Come spiega Barbara Apol, una studentessa delle isole Fær Øer, “gran parte dei miei amici sono andati via dalle isole Fær Øer per studiare e lavorare. Io ho deciso di rimanere per finire la mia triennale a Torshvan, ma dovrò sicuramente andarmene se vorrò poi proseguire i miei studi”.

Eppure, come auspica il centro di ricerca europeo Nordregio, il cambiamento potrebbe arrivare comunque dalle nuove generazioni, che però dovranno “adattarsi” a indirizzarsi verso settori economici alternativi. Se non l’industria primaria – che attrae più uomini – dunque, ad offrire nuove opportunità potranno essere settori meno “tradizionali”, come il turismo, i media e lo spettacolo, e la bioeconomia. Il cinema islandese, ad esempio, sta crescendo molto a livello internazionale, anche grazie al contributo del governo che rimborsa interamente i costi di produzione ai giovani islandesi che decidono di produrre un programma in loco. Secondo Anna Karlsdóttir, ricercatrice di Nordregio, la regione nord artica ha le potenzialità per affermarsi a livello internazionale nel settore dello sviluppo sostenibile: sempre più attenzione è infatti rivolta allo sviluppo delle biorisorse per la produzione, ad esempio, di biomateriali, biocarburanti, mangimi ed ingredienti alimentari. Il settore marino svolge poi un ruolo cruciale nella bioeconomia dell’Islanda, della Groenlandia, delle isole Fær Øer, e delle regioni costiere della Norvegia. Il turismo inoltre, può diventare più intelligente: come affermato nel report di Nordregio, l’industria turistica può assumere una prospettiva transnazionale e farsi social. Dopotutto, la principale fonte di attrazione delle Isole Fær Øer, dell’Islanda o del nord della Norvegia risiede proprio nel turismo, specialmente quello rivolto ai backpackers e hikers, che costituiscono la fetta di turisti più giovane.

Qualcuno che resta a sopravvivere e a lottare per lo sviluppo della regione rimane. A fine 2016, il magazine online Arctic Deeply, nominò 16 emergenti giovani leader e “future-makers”, che avevano già avuto un ruolo distintivo nella lotta al cambiamento climatico, nel rafforzamento della collaborazione internazionale, nella rivitalizzazione della cultura indigena. Tra questi, ad esempio c’è Jannie Staffansson, 27 anni, e chimica ambientale. Ha già partecipato alle ultime tre conferenze sul clima, compresa quella del 2015 a Parigi dove è stata la voce in campo degli indigeni lapponi. Attualmente vive in Lapponia dove lavora sulle tematiche ambientali per una ONG lappone. Allen Pope, ricercatore di 31 anni in scienze polari, si è trasferito nel 2016 da Boulder, città del Colorado, a Akureyri, Islanda, dove è diventato segretario esecutivo dell’International Arctic Science Committee. Nina Larsson, 32 anni, è una consulente allo sviluppo dell’infanzia per il governo dei Territori del Nord-Ovest, in Canada: ha già fondato una compagnia energetica di fonti rinnovabili, e un’organizzazione benefica che promuove i diritti delle popolazioni indigene della regione.

È difficile vivere nelle piccole e dimenticate realtà di una regione così fredda e apparentemente isolata. Ma le idee, per sostenere il futuro di una regione che è il cuore pulsante della vita sulla Terra sono tante. L’artico ha bisogno del ritorno dei suoi cervelli in fuga.

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