La questione indipendentista e l'insoddisfazione dei Millennials catalani

I più critici nei confronti della situazione senza via di uscita in cui si trovano Spagna e Catalogna sono proprio i Millennials. I cittadini under 35 ritengono il governo centrale molto colpevole ma non sono soddisfatti neanche dell'atteggiamento dei governanti della Generalitat. 

Un ragazzo guarda una sessione del parlamento regionale catalano su uno schermo gigante. Barcellona, Spagna, 10 ottobre 2017. REUTERS / Gonzalo Fuentes
Un ragazzo guarda una sessione del parlamento regionale catalano su uno schermo gigante. Barcellona, Spagna, 10 ottobre 2017. REUTERS / Gonzalo Fuentes

Barcellona. Quest’anno, ancora più del passato, la Diada è stata sentita con grande fervore dal popolo catalano. Sarà che la commemorazione della disastrosa sconfitta che ha sancito la caduta di Barcellona del 1714 e la successiva perdita di istituzioni e libertà settembre è coincisa con l’avvio della resa dei conti con Madrid. La Diada cade l’11 settembre e nella prima settimana del mese i parlamentari catalani pro-indipendenza hanno sfidato il governo spagnolo, passando la cosiddetta legge del referendum, che ha fissato il giorno per votare al 1° ottobre. Il Governo Rajoy non si è mostrato aperto a nessun tipo di negoziato, lasciando la spinta indipendentista catalana diventare sempre più importante. L’uso della violenza da parte della polizia ha ulteriormente incrementato il sentimento di rabbia contro lo Stato spagnolo.

Così malgrado la linea dura di Madrid e la presenza della Guardia Civil domenica sono andati a votare circa due milioni e 200mila persone. Sono tante, ma comunque una minoranza dei 3 milioni e 300mila chiamati alle urne dalla Generalitat. La Catalogna è spaccata e secondo il quotidiano spagnolo El País proprio i Millennials, i catalani sotto i 35 anni, sono i più critici della situazione politica attuale. Colpevolizzano il Governo centrale, a cui attribuiscono la colpa di aver fatto crescere il sentimento separatista (l'82% crede che Mariano Rajoy abbia contribuito a rafforzare il processo di secessione anziché indebolirlo), ma allo stesso tempo criticano il blocco pro-indipendenza.

Una dimostrazione del disagio di molti dei giovani con il processo sovranista è stata la decisione del team di Carles Puigdemont di non impostare nessun tipo di quorum al referendum: fino al 68% degli elettori sotto i 35 anni si oppongono ad esso. Questi criticano inoltre le modalità utilizzate nel corso del processo di voto popolare, che fanno sì che non possa essere considerato valido.

L'insoddisfazione, quindi, è chiaramente superiore tra i catalani più giovani (66%) rispetto a quelli più anziani. E questo è risultato evidente anche parlando con due nostri coetanei catalani.

Tristany Amarguè Jubert, studente presso la Barcelona Graduate School of Economics ha votato sì.

“Ci sono diverse ragioni per cui le persone sono pro indipendenza", spiega. “Alcuni sono nazionalisti ferventi, alcuni credono che la ridistribuzione della ricchezza all'interno della Spagna sia ingiusta e altri sono semplicemente stufi del modo in cui la Spagna funziona.

Non sono un economista e quindi non posso dire con certezza se una Catalogna indipendente significherebbe un livello di vita più elevato o meno. Tuttavia, sospetto che a lungo andare sarebbe così. Questo perché la Catalogna ha una maggiore produttività rispetto alla media spagnola e un'economia ben diversificata (OCSE). Inoltre, il deficit fiscale (la differenza tra quello che la Catalogna mette nel «piatto comune» e quello che riceve) è stimato tra 10 e 16 miliardi di euro, sicuramente non una somma trascurabile per una nazione di 7,5 milioni di abitanti.

Più difficile è invece dire cosa l’indipendenza significherebbe per l'economia nel breve e medio periodo. Ritengo che dipenda molto dal rapporto tra Catalogna e UE.

Detto questo, il motivo principale per cui voterei sì non è legato all'economia. La mancanza di volontà di negoziare anche il più piccolo cambiamento nel rapporto tra la Catalogna e il resto della Spagna è ritenuto motivo di offesadalla maggioranza dei catalani, che hanno scelto i rappresentanti che invece tentano di negoziare. Non voglio essere parte di uno Stato che costringe una minoranza a seguire le sue regole.

D'altra parte, riconosco che l'indipendenza ha rischi significativi. In primo luogo, l'incertezza economica e, analogamente, l'incertezza circa lo status di un nuovo stato ipotetico all'interno dell'UE. C'è una reale possibilità che una Catalogna nuova e indipendente si trovi al di fuori dell'unione. Inoltre, non credo che questo referendum sia il modo migliore per risolvere il problema; un referendum vincolante concordato con la Spagna, con una chiara validità legale, sarebbe una soluzione più efficace. Tuttavia, data la posizione della Spagna, è l'unico modo che abbiamo per votare.

Ho perso ogni speranza che la Spagna possa decidere di negoziare, e credo fortemente che costruire un nuovo paese da zero sarà una grande opportunità per sopperire ad alcune carenze, come ad esempio un peggioramento del servizio sanitario nazionale, e diventare uno stato moderno pronto a fronteggiare le attuali sfide globali.”

Belen Hernandez ha una prospettiva diversa. Studentessa di legge per un programma di doppia laurea tra la Universidad Autonoma de Barcelona (UAB) et Panthéon-Assas di Parigi, Belen pensa che “le aspirazioni che la Catalogna ha attualmente, dal punto di vista culturale, sono già acquisite", dice. "Stiamo parlando di un popolo che ha una propria lingua (nella maggior parte delle scuole sul territorio, le lezioni si tengono in catalano), una grande letteratura e cinematografia, con importanti investimenti da parte del Governo regionale.

Mi considero una catalana convinta, ma da un punto di vista culturale, appunto, e non politico. Come in molte regioni di altri paesi, Italia, Francia: non è una questione di nazionalità, ma di particolarità. Il linguaggio, per esempio, crea un’identità importante. Credo che non abbiamo il diritto di chiedere l’indipendenza; abbiamo un’amministrazione libera e questo basta.

Coloro che dicono di essere a favore dell’indipendenza ne fanno una questione finanziaria: Madrid ci ruba i soldi dicono. Il vero problema è che non esiste un accordo fiscale efficace. In linea generale, non esiste alcuna comunicazione tra i Governi spagnolo e catalano che, invece, devono parlare, negoziare tra loro per trovare un punto di incontro. Occorre fare concessioni per arrivare ad un consenso.”

E sembra impensabile che le parti in causa non riescano a entrare in un’ottica di dialogo, che consenta di trovare una mediazione utile a superare questa fase di emotività e violenza. Sarà che noi Millennials, capitati a Barcellona varcando frontiere che non vediamo neanche più, ci consideriamo una generazione più internazionale, globale e aperta rispetto a quella precedente, ancorata alle tradizioni territoriali.

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