L'amministratore delegato di Facebook Mark Zuckerberg parla alla conferenza annuale degli sviluppatori F8 di Facebook Inc a San Jose, California, Stati Uniti, 1 maggio 2018. REUTERS / Stephen Lam
L'amministratore delegato di Facebook Mark Zuckerberg parla alla conferenza annuale degli sviluppatori F8 di Facebook Inc a San Jose, California, Stati Uniti, 1 maggio 2018. REUTERS / Stephen Lam

Il 9 aprile 2018, Mark Zuckerberg è stato chiamato a parlare davanti ai senatori americani dello scandalo sull’utilizzo improprio di dati avvenuto durante le elezioni americane. Un paio di giorni dopo, la vicenda si è ripetuta alla Camera dei deputati. I punti toccati sono stati fondamentalmente due: le interferenze russe nelle elezioni americane del 2016, denunciate non a caso dai democratici, e il caso Cambridge Analytica. Facebook è sul banco degli accusati per violazione della privacy. Cerchiamo di capire cosa sta accadendo.


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L’intelligence russa ha creato profili falsi, diffondendo fake news, come se provenissero da fonti americane: i loro post erano tendenzialmente favorevoli a Trump e sono comparsi sulle bacheche di circa 126 milioni di utenti, pari a quasi la metà della popolazione adulta americana. La spesa di questa campagna di disinformazione sarebbe stata di 100mila dollari. Avendo riconosciuto la falla del sistema, Zuckerberg ha chiuso gli account nell’agosto del 2017 e ha quindi ammesso che Facebook e il suo team sono stati lenti a identificare le operazioni nel 2016 e non si sono resi conto del piano made in Russia.

Veniamo al secondo punto. Le inchieste del New York Times e del Guardian hanno rivelato che i dati di quasi 90 milioni di utenti Facebook sono stati usati da Cambridge Analytica, società di analisi e consulenza politica britannica, che ha lavorato alla campagna elettorale di Trump nel 2016. Si parla di un test sulla personalità sotto forma di app che, nel 2013, ha permesso a un ricercatore dell’Università di Cambridge, Aleksandr Kogan, di accedere ai dati di tutti gli utenti che avevano scaricato l’app e accettato le sue condizioni.

Kogan viola però i termini di utilizzo del social network quando condivide questi dati con la terza parte, Cambridge Analytica. Dati che sarebbero stati utilizzati per condizionare l’orientamento del voto dei cittadini americani durante le ultime elezioni presidenziali, attraverso attività mirate su Facebook.

Zuckerberg ne viene a conoscenza già nel 2015 ma decide di non avvertire gli utenti né effettuare cambiamenti di alcun tipo quando la stessa Cambridge Analytica rassicura Facebook, mentendo, di aver cancellato qualunque tipo di dato. Solo il mese scorso, l’azienda ha annunciato di procedere con l’esame di tutte le app che hanno avuto accesso a una grande quantità di informazioni in passato, per assicurarsi che non abbiano fatto un uso improprio dei dati. Facebook si è impegnata a mettere al bando qualsiasi iniziativa che abbia violato la privacy, dopo averne informato tutti i diretti interessati. 

Le cose sul piano regolamentare cominciano a muoversi. L’Honest Advertising Act è una proposta di legge per regolamentare la pubblicità elettorale in rete, proposta da due senatori democratici, fino a questo momento bloccata dall’opposizione della Silicon Valley. Anche Mark Zuckerberg ha annunciato che bisogna cambiare rotta e si è mostrato favorevole al progetto di legge, per garantire la trasparenza della pubblicità elettorale. 

Il modello Europa da prendere come esempio?

I senatori americani hanno più volte accennato alle norme europee sulla protezione della privacy.

Di cosa si tratta? Cloud Privacy Check (Cpc) è la più grande piattaforma di informazione europea, creata e lanciata da avvocati provenienti da trentadue Paesi diversi. Il Cpc mette a confronto la disciplina nazionale di trentadue Paesi consentendo alle aziende interessate di ottenere importanti benefici e risparmi di spesa. L’obiettivo è semplificare i processi decisionali per gli operatori e gli utenti dei servizi cloud. La possibilità di accesso al database di Data Protection Compliance fornirà informazioni per trentadue Paesi che potranno essere confrontate e messe a paragone facilmente.

L’avv. Chiara Agostini, coinvolto nel progetto, dichiara: «Questa iniziativa è il frutto di una importante collaborazione internazionale di professionisti specializzati nella protezione dei dati personali che hanno deciso di lavorare insieme per creare uno strumento che possa fornire un maggior livello di educazione e consapevolezza negli operatori e nei fruitori dei servizi cloud. Ciò con l’auspicio di poter contribuire all’evoluzione sostenibile di strumenti che rappresentano il futuro dell’impresa e che avranno sempre più un importante impatto nella vita di tutti i cittadini».

Una discesa reputazionale del social?

Stando ai dati, i social non hanno visto cali. Anzi, il bilancio dell’ultimo trimestre di Facebook è più che positivo: nei primi tre mesi del 2018, gli utili per azione sono di 1,69 dollari contro 1,04 dell’anno prima, per un totale in crescita del 63% rispetto all’anno precedente. Gli utenti ugualmente aumentano senza sosta, portando il numero di utilizzatori a 2,2 miliardi.

Questo perché Facebook raggruppa e media la comunicazione, fondamentale nel mondo globalizzato di oggi, ed è diventato quindi un mezzo di cui non possiamo fare a meno.

Ancora Zuckerberg, nel corso dell’interrogatorio ha dichiarato: «Mentre Facebook è cresciuto, le persone di tutto il mondo hanno ottenuto un nuovo potente strumento per rimanere in contatto con chi amano, far sentire la propria voce e costruire nuove comunità. Proprio di recente, abbiamo visto i movimenti #Metoo e #Marchforourlives organizzati, almeno in parte, su Facebook. (…) Dopo l'uragano Harvey, la gente ha raccolto oltre 20 milioni di dollari di aiuti. E oltre 70 milioni di piccole imprese ora usano Facebook per crescere e creare posti di lavoro".

I Millennials interrogati sull’argomento ritengono che quando si accede al web bisogna essere consci che si entra in un sistema dove tutti noi diamo l’accesso, anche involontariamente, a migliaia di dati. Lo scandalo, infatti, non è tanto l’aver scoperto che i nostri dati siano stati utilizzati, quanto invece che questi dati siano stati usati per influenzare la sfera pubblica e non più quella privata. Questo, però, non vuol dire che gli utenti usufruiranno meno del sistema Facebook: siamo abituati a stare sul web, ed è molto difficile che quel che è successo possa allontanare un giovane da una piattaforma così includente e sociale come Facebook. La protezione della privacy però è una questione delicata e lo scandalo ha sicuramente generato maggiore consapevolezza della sua importanza, nonché una reazione nella direzione di voler aggiornare le normative (non) esistenti.

Sembrerebbe che Facebook sia stato assolto, soprattutto da noi Millennials. Dobbiamo invece porci seriamente il problema della protezione dei dati, determinante per la sostenibilità di un mondo che si sviluppa sempre più sui social.

@manu_scogna10

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