Una giovane "Remainer" davanti al Parlamento britannico, Londra. Reuters
Una giovane "Remainer" davanti al Parlamento britannico, Londra. Reuters

A poco più di una settimana dalle elezioni politiche per l’elezione del Parlamento, che hanno sancito la vittoria del Movimento Cinque Stelle come partito e del centro-destra come coalizione, non è ancora chiaro a chi il Presidente della Repubblica Mattarella affiderà l’incarico di governo. Mentre in questi giorni le forze politiche stanno cercando di trovare un accordo, con Lega e Movimento 5 Stelle che corteggiano entrambi il Pd, le analisi degli istituti di ricerca stanno cercando di dare una carta di identità al voto del 4 marzo. Per la prima volta, oltre ai millennials, si sono affacciati al voto anche i giovanissimi della generazione Z, nati dagli inizi del 1997.


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Ciò che viene evidenziato dai sondaggi post-elettorali dai risultati, è lo scollamento delle nuove generazioni dal modo di fare politica tipico dei vecchi partiti. Una notizia positiva è il calo dell’astensionismo giovanile: se nel 2013 la percentuale di millennials che non si recò alle urne era del 35%, e nelle europee del 40% di Renzi salì fino al 59.4%, secondo gli ultimi sondaggi post-voto di YouTrend, Tecné e Ipsos l’astensionismo giovanile non è andato oltre il risultato del 2013 nel peggiore dei casi. È infatti il campione statistico di Ipsos a dare l’astensionismo dei giovanissimi della generazione Z al 35%; per YouTrend, i giovani tra i 18 e i 24 anni si sono astenuti invece soltanto nel 13.8% dei casi. Se ci si sarebbe potuto aspettare che il partito europeista di Emma Bonino facesse incetta di voti tra la generazione erasmus, in realtà a far man bassa di consensi tra i più giovani sono stati i parlamentari dei Cinque Stelle. Come nel 2013, dove la grande vittoria del Movimento tra gli under-30 cominciò a far parlare gli analisti di uno scontro generazionale in atto, il Movimento Cinque Stelle continua a pescare sempre più dal bacino elettorale dei più giovani. Secondo YouTrend, più del 39% dell’elettorato tra i 18 e i 34 anni ha votato pentastellato.

L'analisi del voto del 4 marzo in Italia, secondo fasce d'età (Fonte: YouTrend)L'analisi del voto del 4 marzo in Italia, secondo fasce d'età (Fonte: YouTrend)

I giovani vogliono differenziarsi dal resto dell’elettorato, e vogliono una politica più vicina a loro. Il Pd, dopo essere stato premiato alle europee del 2014, sull’onda dell’entusiasmo portato da Renzi, che promise di “rottamare” la vecchia classe politica, ora si ritrova bocciato nel consenso proprio dai giovani che prometteva di avvicinare. Il Referendum del 2014 ne fu già una prova, con il fronte del sì che perse “tra i giovani e al sud”. Secondo uno studio di Quorum per SkyTg24, l’81% degli under-35 aveva bocciato la riforma costituzionale firmata da Maria Elena Boschi. E dopo Renzi, ora Luigi Di Maio, un Millennial, potrebbe diventare il primo ministro più giovane d’Europa dopo l’austriaco Sebastian Kurz. Ed è così che il fattore generazionale non sembra essere una prerogativa italiana.

In Inghilterra, nel referendum della Brexit, il “leave” vinse con il 52% delle preferenze. Secondo uno studio di Ipsos Mori però, il 75% dei giovani tra i 18 e i 24 anni votò per restare. Un vero e proprio gap generazionale, che si ripeté un anno dopo, in occasione dell’elezione del Parlamento britannico: nel 2017, proprio il voto degli under-45, e soprattutto degli under-24, diede una spinta al partito laburista di Corbyn portandolo a due punti percentuali dal partito conservatore di Theresa May. Non solo, il risultato ottenuto dal Labour Party grazie ai voti dei Millennials è stato il più alto e soddisfacente del nuovo millennio.

 Distribuzione dei voti al partito laburista e al partito conservatore secondo l'età dell'elettorato (Fonte: The Guardian)Distribuzione dei voti al partito laburista e al partito conservatore secondo l'età dell'elettorato (Fonte: The Guardian)

 Alla fine, il partito Laburista si dimostrò più vicino agli interessi dei giovani rispetto a ogni non promessa del partito di May: secondo Sam Jeffers, co-fondatore della piattaforma Who Targets me?, un’estensione per il browser che permetteva di vedere dati sulla campagna politica online e sull’utilizzo dei social media da parte dei principali partiti – incluso l’utilizzo delle fake news - , il Labour Party di Corbyn vinse tra i giovani proprio grazie all’uso estensivo del social media campaigning. Video virali, messaggi calzanti, promesse elettorali che mettevano i giovani al primo posto, e la partecipazione di Corbyn a molti movimenti di protesta – ad esempio contro la guerra – avvicinarono i giovani alla politica dei laburisti.

Anche oltralpe, il fattore generazionale ha inciso moltissimo nelle ultime elezioni presidenziali francesi che hanno visto il partito socialista e i repubblicani clamorosamente sconfitti, a favore da una parte del nuovo uomo politico, Emmanuel Macron, e dall’altra da un movimento di estrema destra, il Front National di Marine Le Pen, che aveva saputo cogliere l’ondata di malumore generato dalla crisi sociale di una Francia pure bersagliata dal terrorismo. Non solo, se Macron e Le Pen finirono al ballottaggio, con quest’ultima che ottenne il 34% dei voti tra gli under-24, nel primo turno anche il partito di estrema sinistra di Jean-Luc Mélenchon, La France Insoumise, riuscì ad ottenere un grandissimo risultato elettorale, riscuotendo successo soprattutto nei nuovi elettori. Circa un elettore su due tra i 18 e i 34 anni, preferì andare agli estremi, premiando maggiormente la dialettica populista. Ma se la vittoria dell’estrema sinistra tra i francesi più giovani non sorprese – è uno scenario classico che si ripete ad ogni elezione – l’ampio consenso ottenuto da Marine Le Pen tra i Millennials invece è sbalorditivo.

I risultati del primo turno nelle elezioni presidenziali francesi del 2017, divisi per classi di età (Fonte France24)I risultati del primo turno nelle elezioni presidenziali francesi del 2017, divisi per classi di età (Fonte France24)

 L’Austria è invece uno dei pochi paesi al mondo dove il diritto al voto viene acquisito a 16 anni, e visto i risultati delle ultime elezioni parlamentari nel 2017, non sorprende nemmeno che Beppe Grillo, in tempi non sospetti, si fosse dichiarato a favore di un’estensione del diritto al voto ai sedicenni anche in Italia. In Austria, come in Italia, lo scontro generazione è infatti anche al vertice. Nel 2017, a vincere le elezioni politiche fu l’appena trentunenne leader del Partito Popolare Austriaco, Sebastian Kurz, che spostò il baricentro del partito più verso destra, avvicinandosi alle posizioni populiste, razziste ed euroscettiche dell’FPÖ, Partito delle Libertà Austriaco, già sanzionato in passato dall’Unione Europea per le sue idee estremiste. Proprio l’FPÖ, raccolse il più alto numero di consensi grazie agli under-30, arrivando così al governo in maggioranza assieme al partito vincitore di Kurz. Addirittura, il gap generazionale in Austria fu così evidente che soltanto il 19% degli over-60 votò per il Partito delle Libertà.

Da un certo punto di vista, c’è dunque in Europa una frattura, o una diversa visione politica dei giovani rispetto al resto dell’elettorato, che in parte non irrilevante può essere spiegata dalla disoccupazione giovanile, e dall’allontanamento sempre più marcato della politica tradizionale dal mondo in cui i giovani vogliono vivere. In moltissimi scelgono la strada dell’astensionismo, portando a un circolo vizioso i partiti tradizionali che conoscendo maggiormente le abitudini elettorali dei più anziani, modellano le proprie politiche di conseguenza. Ma c’è un’altra certa evidenza, che porta a concludere come partiti anti-sistema o più estremisti, che promettono di cambiare lo status-quo, tendano ad avere tra i giovani risultati migliori. In questo senso, se i partiti tradizionali non si adegueranno al nuovo tipo di elettorato, inevitabilmente potrebbero perdere ancora più voti, come è successo ad esempio in Italia al Partito Democratico e a Forza Italia, arrivati entrambi al loro minimo storico.

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