Due uomini appendono i manifesti elettorali a Roma, 28 febbraio 2018. REUTERS / Alessandro Bianchi
Due uomini appendono i manifesti elettorali a Roma, 28 febbraio 2018. REUTERS / Alessandro Bianchi

Ha in pugno il 34% del Paese: con 15 milioni di militanti, il partito del non voto è di fatto il primo movimento italiano. Per protesta, per disinteresse o ormai delusi al punto da non nutrire più alcuna fiducia nel sistema politico, sempre più italiani scelgono di non presentarsi alle urne.


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Già nel tradizionale messaggio di fine anno il Presidente della Repubblica Mattarella si era augurato “che nessuno [rinunciasse] al diritto di (…) decidere le sorti del nostro Paese”, e a ragione: negli ultimi sondaggi di Emg, l’astensionismo per le prossime politiche (domenica 4 Marzo) è indicato al 33%. Per le amministrative il dato, che ha sfiorato il 50% in molti fra regioni e comuni, è ancora più preoccupante: basti pensare alle Regionali siciliane del 5 Novembre, in cui si è presentato alle urne un mero 47% degli elettori.

Se questo è lo scenario a cui siamo (tristemente) abituati nell’ultimo paio di decenni, nei primi anni della nostra Repubblica i numeri erano totalmente differenti: alle prime elezioni della Camera, nel 1948, votarono il 92% degli aventi diritto, sull’onda di un ritrovato entusiasmo per la partecipazione politica dopo il ventennio fascista. Questa cifra si mantenne stabile fino alla fine degli anni ’70, quando Berlinguer denunciò la cosiddetta questione morale. Dalle politiche del 1979 in poi, i quadri dell’astensionismo si fecero sempre più fitti, fino a spingere nel 2013 per la prima volta la percentuale dei votanti sotto la soglia dell’80%.

Verrebbe da domandarsi quale sia, in definitiva, il valore della democrazia quando il voto non esprime di fatto la vera volontà dell’intera popolazione. È questa fra le ragioni che hanno spinto 27 paesi (fra questi, ad esempio, Australia, Argentina, Belgio, Ecuador, Lussemburgo, etc) ad istituire il voto obbligatorio. Coloro che sostengono la legittimità della costrizione al voto propugnano non soltanto una maggiore legittimità democratica se supportata dal voto di tutti i cittadini ma anche un effetto educativo sul cittadino. Verrebbe da obiettare, invece, che obbligare il cittadino a presentarsi alle urne vada contro la stessa libertà voluta dalla democrazia. Secondo Michael Bruter, professore di Political Science alla Lse, il voto obbligatorio sarebbe in grado di aumentare l’affluenza al voto, ma non ne affronterebbe le cause fondanti; si dovrebbe invece puntare a rafforzare l’impegno politico, dimostrando che la classe politica ascolta ed è reattiva nei confronti dei giovani.

Fra i Paesi in cui vige il voto obbligatorio, bisogna comunque distinguere fra nazioni in cui il non-voto è solo formalmente proibito e quelle in cui è effettivamente sanzionato. Potrebbe sembrare a molti una sorpresa, ma ci sono stati anni in cui persino l’Italia entrava nella prima categoria. Nel 1957 passò un decreto (dpr n.361, 30/03/1957) che descriveva il voto come “un obbligo al quale nessun cittadino può sottrarsi”. Ma c’è di più: “L’elettore che non abbia esercitato il diritto di voto, deve darne giustificazione al Sindaco (…). L’elenco di coloro che si astengono (…) senza giustificato motivo è esposto per la durata di un mese nell’albo comunale. Per il periodo di cinque anni la menzione ‘non ha votato’ è iscritta nei certificati di buona condotta”. I dati dimostrano che queste lievi sanzioni non impedirono al partito del non voto di allargare le proprie fila, e la norma fu abrogata nel 1993.

La china dell’astensionismo, dunque, non pare essere destinata ad esaurirsi nel prossimo futuro. Come si posiziona in questo quadro la nostra generazione, quella dei Millennials? Sebbene interessata ai grandi temi, ma secondo Rob Ford, professore di Political Science alla Manchester University, la nostra generazione non si sente obbligata a votare. Infatti, abituati ad essere corteggiati su tutti i media da brand di ogni tipo, i Millennials si aspettano che i partiti facciano lo stesso, attirandoli al voto. Inoltre, siamo anche meno propensi rispetto a Baby Boomer (nati fra il 1946 e il 1965) e a Generazione X (1965-1989) a credere alle promesse elettorali e siamo più propensi a votare per leader che consideriamo “spontanei” e personalmente accattivanti.

Se alcuni propugnano il ruolo della scuola nel riscoprire il valore della partecipazione politica, altri rivendicano il ruolo delle famiglie, proponendo di abbassare l’età della prima votazione a 16 anni, quando la maggior parte dei ragazzi vivono ancora a casa coi genitori. In ogni caso, è fondamentale che i Millennials, e non solo, riprendano ad esercitare un diritto conquistato con sangue e fatica, perché più spaventosa di una democrazia debole c’è solo l’indifferenza.

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