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Euro-debate: il perché di una moneta unica spiegato ai Millennials

In Italia, così come nel resto in Europa dove il clima elettorale è più caldo che mai, il dibattito sulla moneta unica si è riacceso in maniera imperante. Mettendo da parte schieramenti politici, credenziali accademiche e ogni altra sorta di preclusione ideologica proviamo a fare qualche riflessione basata sulla plausibilità empirica delle tesi portate avanti dai diversi commentatori ed economisti italiani ed internazionali che negli ultimi giorni hanno espresso la loro opinione.

Una donna indossa un abito fatto con imitazioni di banconote da 100 e 500 euro. Bordeaux, Francia, 7 novembre 2014. REUTERS/Regis Duvignau.
Una donna indossa un abito fatto con imitazioni di banconote da 100 e 500 euro. Bordeaux, Francia, 7 novembre 2014. REUTERS/Regis Duvignau.

Ma compiamo prima un passo indietro per rinfrescarci la memoria sulla storia delle nostre Istituzioni.

Il 1º giugno 1998, succedendo all'Istituto Monetario Europeo, veniva istituita la Banca Centrale Europea (BCE), in vista dell'introduzione dell'euro il 1º gennaio 1999. Definita da molti un monumento al monetarismo di Friedman, ed alla sua tesi sulla necessità di regole che limitino fortemente la discrezionalità della gestione della moneta, la BCE assolve quattro principali funzioni:

  •  Definire e attuare la politica monetaria per l'area dell'euro.
  •  Svolgere le operazioni sui cambi.
  •  Detenere e gestire le riserve ufficiali dei paesi dell'area dell'euro.  
  • Promuovere il regolare funzionamento dei sistemi di pagamento.

L'obiettivo prioritario, secondo quanto stabilito dallo statuto stesso e dal Trattato sul Funzionamento dell'Unione Europea, è il controllo dell'andamento dei prezzi (il tasso di inflazione di medio periodo inferiore ma prossimo al 2%).

Mi concentrerei a questo punto sulla seconda delle quattro prerogative fondamentali: la BCE ha sostanzialmente attuato un regime di cambi fissi che vincola le operazioni di mercato aperto al mantenimento di un tasso di cambio con una misura di riferimento. Ma cosa vuol dire esattamente? Cerchiamo di semplificare il discorso in modo da avere una rappresentazione basilare e quantomeno comprensibile.

Per cominciare, consideriamo in che modo l’equilibrio nel foreign exchange market possa essere mantenuto quando l’Autorità Centrale fissa il tasso di cambio permanentemente al livello E°.

Ricordiamo che l’exchange market è in equilibrio quando sussiste la cosiddetta interest parity condition, cioè quando il tasso di interesse domestico, chiamiamolo è uguale a quello estero, R* più (Ee - E) / E, il tasso di deprezzamento atteso della valuta domestica contro quella estera. Tuttavia, quando il tasso di cambio è fisso a , gli agenti nel mercato ritengono che esso rimanga tale e che consequenzialmente il tasso di deprezzamento della moneta domestico sia 0. Ciò implica dunque che è l’attuale tasso di cambio all’equilibrio soltanto se R = R*. La Banca Centrale deve fare in modo, pertanto, che questa relazione di uguaglianza sussista e, poiché R è determinato in maniera endogena dalle interazioni fra domanda e offerta di moneta, ci tocca spostarci in un altro scenario per concludere la nostra breve digressione.

Assumiamo che la Banca Centrale voglia mantenere il tasso di interesse domestico ad un livello R*. Per fare ciò l’intervento sui cambi deve aggiustare l’offerta di moneta in modo tale che R* mantenga uguali offerta e domanda di moneta, i.e. dati P (prezzo) e Y (output), l’offerta di moneta deve essere impostata in modo tale che il tasso di cambio permanente sia consistente con l’equilibrio trovato precedentemente, al tasso di interesse estero R*.[1]

Questo “stratagemma”, se così vogliamo definirlo, porta numerosi benefici alla nostra economia. In primo luogo, decidere di rinunciare ad un cambio flessibile vuol dire rinunciare alla possibilità di svalutare la propria moneta in periodo di crisi evitando quindi di generare un futuro aumento dell’inflazione e diminuendo indirettamente le aspettative degli agenti economici sul livello dei prezzi attuale. Ciò gioverebbe in termini di credibilità e ridurrebbe in maniera significativa l’inflazione corrente.

Inoltre, sappiamo come la valuta sia soggetta, in regimi di cambi variabili, a una continua volatilità che riflette ciclicamente le incertezze macroeconomiche, non ultime quelle della recentissima crisi: nonostante la loro flessibilità e la loro robustezza nell’assorbire gli shock, i tassi variabili potrebbero renderli anche più probabili (soprattutto se all’inflazione affianchiamo una scarsa disciplina finanziaria). Con tassi di cambio fissi, invece, questo problema è eradicato, provocando potenzialmente un favorevole flusso di investimenti diretti esteri.

Ma ora torniamo alla questione italiana.

Punto nodale della discussione fra pro-euro e no-euro è la ricerca della motivazione per cui il nostro paese perde di competitività dalla fine degli anni Novanta in poi. Un riassunto completo e giustamente dettagliato della diatriba con un riferimento alle radici della perdita di competitività italiana è a mio parere fornito dal professore Tommaso Monacelli, docente presso l’Università Bocconi di Milano, nel suo ultimo articolo per LaVoce.

Noi ci soffermeremo in particolare sull’opinione del campo no-euro, cioè che l’adozione della moneta unica abbia direttamente originato una contrazione della produttività causata da un cambio reale inizialmente eccessivamente apprezzato che ha strutturalmente danneggiato la domanda estera nel settore dei beni commerciabili. Ne segue che l’unico modo per cercare di risollevarci e recuperare competitività sia quello di tornare alla flessibilità del cambio ed operare una svalutazione per stimolare le esportazioni nazionali.

Ma perché un deprezzamento del cambio nominale non risulta essere la soluzione migliore al nostro problema?

Ci dimentichiamo spesso che una svalutazione, oltre a rendere i nostri beni più competitivi, porta con se anche un effetto opposto, rendendo le importazioni più care, e di conseguenza noi italiani relativamente più poveri. Nel caso in cui questa seconda conseguenza dovesse prevalere sulla prima, la domanda potrebbe crollare e la disoccupazione aumentare, oltre al fatto che questa opzione rischierebbe di portare ad un aumento dell’inflazione vanificando i possibili benefici che ne avremmo potuto avere e generando una spirale del livello dei prezzi verso l’alto (come il nostro recente passato ci insegna).

Inoltre, è necessario sottolineare come un deprezzamento riesca a stimolare le esportazioni soltanto in maniera esigua poiché il prezzo di un qualsiasi prodotto dipende in modo significativo da costi di servizi non-commerciabili ed è quindi soltanto parzialmente sensibile sensibile alle fluttuazioni del cambio, risentendone solo in parte di una svalutazione.

Nonostante le numerose critiche, in parte veritiere, in parte no, secondo cui nel 2002 il passaggio alla moneta unica sia stato gestito male dal governo non impedendo un aumento dei prezzi nei settori meno concorrenziali della nostra economia, le obiezioni sull’Euro sembrano in fin dei conti quasi contestazioni su tutto l’apparato legale, bancario e fiscale che lo accompagna: è necessario che l’Europa continui a perseguire il suo progetto non fermandosi alla moneta unica e all’unione bancaria, ma andando oltre, verso, perché no, un’unione fiscale.


[1] Per i più interessati, e nozionisticamente preparati suggerisco Ghosh, Atish R., and Ostry, Jonathan D. (2009), Choosing an Exchange Rate Regime, IMF Finance and Development. 

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