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Eutanasia in Italia: fra consenso pubblico e vuoto normativo. Se non ora, quando?

Le ceneri di Fabio Antoniani, in arte dj Fabo, sono state disperse su una spiaggia di Goa, in India, qualche giorno fa. Il 40enne milanese era rimasto cieco e tetraplegico in seguito di un incidente. Dopo i suoi numerosi (inascoltati) appelli, dove richiedeva l’accelerazione del dibattito politico sul tema del “fine vita”, ha  deciso di andare in una clinica svizzera, accompagnato dall’ex eurodeputato Marco Cappato, per praticare il suicidio assistito il 27 febbraio scorso.

 Infermieri lavorano presso l'unità di cura palliativa dell'ospedale AP-HP Paul-Brousse a Villejuif, vicino Parigi REUTERS/Philippe Wojazer
Infermieri lavorano presso l'unità di cura palliativa dell'ospedale AP-HP Paul-Brousse a Villejuif, vicino Parigi REUTERS/Philippe Wojazer

A seguito dalla sua autodenuncia presso la caserma dei Carabinieri di Milano, il politico radicale è stato iscritto sul registro degli indagati per il reato di istigazione o aiuto al suicidio, rischiando, ad oggi, una pena di 12 anni di reclusione.

Il dibattito riguardante l’eutanasia e il diritto al testamento biologico è infiammato in tutto il paese in seguito alle immagini, di grande impatto emotivo, rilanciate da numerosi programmi televisivi e giornali italiani, del giovane milanese che chiedeva di poter trovare la propria fine in Italia. Un dibattito che ha coinvolto tutti, anche il Parlamento, all’interno del quale è stato avviato il dibattito riguardo il ddl sul biotestamento.

Sembra esistere una connessione evidente tra evento mediatico e dibattito pubblico e parlamentare. Facciamo un passo indietro.

Nel 1994, una Tv olandese documenta la cronaca di un suicidio assistito di un malato terminale: è la prima volta che in Europa il tema viene affrontato in maniera così dirompente. Tre anni più tardi, il consiglio europeo approva la Convenzione di Oviedo, il primo trattato internazionale sulla bioetica. Sui temi del “fine vita”, la stessa interviene su un aspetto in particolare, quello  delle disposizioni anticipate di trattamento. Nello specifico, l’articolo più significativo è il nove: “I desideri precedentemente espressi a proposito di un intervento medico da parte di un paziente che, al momento dell’intervento, non è in grado di esprimere la sua volontà saranno tenuti in considerazione”. Come è però evidente, tale Convenzione non è mai risultata vincolante, e diversi sono i Paesi europei a non dare un valore legale alle volontà anticipate di trattamento. L’Italia, sebbene abbia ratificato nel 2001 la stessa, rientra in ancora uno di questi.

Arriviamo al 2006: le immagini e richieste di Piergiorgio Welbi scuotono la società italiana. Iniziano le audizioni in senato sul tema, ma ben presto si arenano. Eluana Englaro, tre anni più tardi, riaccende il dibattito e le polemiche, portando ad una polarizzazione della discussione parlamentare. Una sentenza storica della Corte di Appello di Milano permette alla ragazza di trovare la propria fine, come liberazione da una “non vita”. Nel 2010, la Camera approva i DAT (Disposizioni Anticipate di Trattamento), ma il Senato non ratifica la legge.

Silenzio.

I media e la discussione parlamentare sembrano dimenticarsi del problema. Bisogna aspettare fino al Febbraio del 2017, sette anni più tardi, quando appunto Dj Fabo prima accusa la politica italiana d’immobilismo e assenza di un reale interesse sul tema del “fine vita” e poi decide di terminare la propria vita in Svizzera. Sono saette alle quali è difficile rimanere indifferenti, le parole, inequivocabili, del suo ultimo messaggio pubblico: “Sollevato da un inferno di dolore, non grazie allo Stato”.

Sebbene sia iniziato da circa un mese il dibattito parlamentare riguardante il ddl sul biotestamento, la levata di scudi bipartisan da parte della politica riguarda in particolare la tematica dell’emotività. Sbagliato farsi coinvolgere dalle immagini di dolore del giovane Dj ed influenzare il procedimento legislativo dalle stesse. Si tratta davvero di eventi mediatici isolati, ai quali la popolazione reagisce, comprensibilmente, in maniera alquanto viscerale, e alla quale la politica deve anzi fungere da argine di contenimento?

La situazione sembra essere differente.

Considerando i dati di Exit Italia (Associazione italiana per il diritto ad una morte dignitosa) sono stati oltre 50 gli italiani nel 2016 andati a morire in Svizzera come Dj Fabo. Italiani “morti dignitosamente, ma in esilio, lontani dagli affetti più cari” afferma il presidente di Exit, Emilio Coveri. Un trend in continua crescita, che segna l’urgenza di una discussione seria anche in Italia.

E cosa ne pensano gli italiani? Tre su quattro sono favorevoli all'eutanasia. Dopo la morte di DJ Fabo, Index Research ha sondato l'opinione degli stessi riguardo una legge sul fine vita. Il 75,1% degli intervistati si è dichiarato favorevole all’eutanasia e oltre il 68% ha approvato la stessa nel nostro paese e la possibilità di praticarla presso delle strutture dedicate. Per il centro di ricerca, ad essere d’accordo sono specialmente i giovani, indipendentemente dal loro credo politico. In tal senso, la percentuale più alta di coloro che si sono espressi a favore, infatti, si riscontra nella fascia tra i 18 e i 24 anni.

Cosa succede nel resto d’Europa? I paesi che hanno legalizzato l’eutanasia, sebbene con alcune differenze non indifferenti di carattere tecnico, sono: Olanda (il primo paese in ordine temporale, nell’aprile del 2001), Belgio (2002), Lussemburgo (2009), Svezia (2010). Inoltre, l’eutanasia è ammessa in Svizzera, Germania, Spagna, Francia. In Danimarca sono ammesse solo le direttive anticipate di trattamento, mentre in Gran Bretagna l’aiuto al suicidio è perseguito per legge, assieme ad ogni forma di eutanasia; tuttavia un giudice può autorizzarla in casi “estremi”. C’è poi il blocco dei Paesi più “conservatori”. In Irlanda, Grecia, Romania e Polonia sono previste pene severe (da 5 a 7 anni). Nei Paesi dell’ex Jugoslavia come Bosnia, Serbia e Croazia, l’eutanasia è considerata a tutti gli effetti un omicidio. È questo il blocco che più si avvicina al quadro legislativo italiano attuale.

Dunque, torniamo alla nostra realtà. Chi sottolinea l’importanza del non dover cadere in un dibattito principalmente mosso dalle emozioni ha senz’altro ragione. Tuttavia, il consenso pubblico è evidente. Ancora, il numero crescente di persone che si rivolgono per porre fine alla propria vita presso strutture straniere, che richiedono supporto o semplicemente informazioni alle associazioni italiane come Exit o Associazione Luca Coscioni, sembra gridare ad un grave vuoto normativo. Un’altra preoccupazione evidente sembra quella che l’Italia possa accettare una sorta di “business del fine vita”. Tuttavia, la legalizzazione del biotestamento, dovrebbe portare ad un risultato diametralmente opposto. Riempendo il vuoto normativo, prendendosi cura dei propri malati, presso strutture ospedaliere dedicate, sarebbe possibile spezzare questa continua “migrazione verso la morte” forzata, a pagamento, da parte di sempre più italiani verso la Svizzera. Non solo spezzarla, ma soprattutto regolamentare un fenomeno in continua crescita, dando una risposta e dignità a tutti quei cittadini che finora si sono trovati le porte sbarrate dal proprio paese, ma non per questo si sono fermati. Nonostante il rischio di un serio procedimento penale dei confronti dell’accompagnatore del malato e i costi gravosi legati al viaggio e al trattamento di “fine vita” nel paese svizzero.

Sembra dunque evidente la necessità di riaccendere il dibattito politico e arrivare ad una legge sul “fine vita” che dia risposte alle centinaia di persone che da Piergiorgio Welbi a Dj Fabo, di risposte non ne hanno avute nemmeno una.  La conclusione naturale è nelle parole dell’ex eurodeputato Marco Cappato: “Vogliamo mettere il metodo scientifico, basato sui fatti, a disposizione del metodo democratico, per lasciare le persone libere di scegliere dall’inizio alla fine della loro vita”.

Se non ora, quando?

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