Ma davvero dobbiamo andare in Islanda per colmare il gender gap?

Sono molti i passi che si devono ancora compiere per raggiungere la parità di genere. Ma alcuni Paesi ce l'hanno quasi fatta e possono indicare la strada giusta da percorrere

Ivana, 32 anni, una community manager, lavora dalla propria casa a Belgrado, Serbia, il 21 febbraio 2017. REUTERS / Marko Djurica
Ivana, 32 anni, una community manager, lavora dalla propria casa a Belgrado, Serbia, il 21 febbraio 2017. REUTERS / Marko Djurica

Secondo il Global Gender Gap Index del World Economic Forum, non basteranno più 83 anni, come l'anno scorso, per mettere fine alle disparità di genere, ma da quest'anno ce ne vorranno 100.

Nonostante questo dato poco confortante, una ricerca interna condotta da Levo League, un network per facilitare le connessioni e lo sviluppo lavorativo tra i millennials, evidenzia che la maggior parte delle donne della nostra generazione non risente dell'urgenza di dover affrontare e andare oltre a questo problema di disparità.

Eppure il problema è reale e si espande ogni anno. Le differenze di genere non riguardano unicamente il salario medio percepito dalle donne durante la loro carriera ma anche il livello di responsabilità a loro assegnato. Nei cinque anni successivi alla laurea, una ragazza che lascia una business school subisce un divario salariale del 7%, una percentuale che aumenta negli anni successivi in relazione alla posizione che assume in azienda.

Un'altra analisi di Resolution Foundation, invece, ci suggerisce che i ragazzi ventenni che lavorano oggi guadagnano meno rispetto ai propri genitori alla stessa età. Un trend che si è quindi invertito rispetto a qualche decennio fa, in cui la maggior parte dei nostri genitori guadagnava più dei nostri nonni.

Questo fenomeno è dato principalmente dal calo di lavori mediamente qualificati. In passato, erano prevalentemente le donne che si cercavano per impieghi poco qualificati e poco retribuiti. Oggi è aumentato il numero di uomini che si candidano per posizioni in questa fascia, variando il rapporto fra domanda e offerta a svantaggio della componente femminile. Per le donne invece non è cambiato molto riguardo le scelte: nonostante siano molte quelle che decidono di studiare - e in alcuni paesi il numero di donne laureate superi quello degli uomini - la stessa abbondanza non si ferifica quando si parla di forza lavoro o posizioni di leadership. L'effetto complessivo sembrerebbe quindi portare ad una diminuzione del gender gap ma si tratta di una falsa prospettiva perchè le ragioni, aumento di uomini nelle fasce basse, sono sbagliate.

Nonostante gli indicatori globali siano ancora negativi riguardo alla disparità di genere, ci sono alcuni Paesi che migliorano ogni anno e che possono essere presi come modello. Secondo il Global Gender Gap Index del World Economic Forum, il primo Paese in classifica su 144 paesi valutati, da nove anni consecutivi, è l'Islanda, in cui la parità di genere è quasi al 90%. Questa grande isola ha trovato la combinazione quasi perfetta tra solidarietà femminile, volontà politica e strumenti legislativi come le quote rosa.

Le lezioni da imparare dall'Islanda sono principalmente di natura culturale. Un passo importante è stato mettere alla luce le discriminazioni subite dalle donne, dando loro voce. È fondamentale che la disparità di genere non sia percepita come un problema unicamente femminile ma che riguarda tutti: uomini e donne.

Peraltro, nella società Islandese, il mito culturale della donna forte ha radici robuste storiche. Infatti, pur mantenendo gli uomini maggiori vantaggi nella redazione di testi legislativi, fin dall'inizio del '900 le donne hanno potuto candidarsi alle elezioni politiche e presentarsi in parlamento mentre in altri Paesi, come l'Italia, si è dovuto attendere fino al 1945 per il suffragio universale.

Un ulteriore passo che ha fatto l'Islanda, ma anche gran parte dei Paesi nordici come Finlandia, Danimarca e Svezia, è stato quello di riconoscere la parità anche nella sfera familiare. Lo Stato concede ad entrambi i genitori il congedo parentale, incentivando in questo modo un aumento nella condivisione della responsabilità nel gestire la casa e la famiglia. Queste politiche alimentano tra i giovani ed i millennials nuove idee sulla mascolinità, che contribuiscono al raggiungimento di una parità di genere più solida.

Il congedo parentale e le altre politiche di sostegno alla famiglia si rivelano un elemento importante per costruire la parità di genere anche nel mercato del lavoro. Dove queste misure non sono solide, sia in Italia che all'estero, sono ancora molte le donne che lasciano il proprio lavoro dopo la nascita di un figlio perchè si ritrovano ad avere bisogno di maggiore flessibilità in termini di tempo e spazio, per poter conciliare vita lavorativa e vita familiare.

Negli Stati Uniti, ad esempio, per rimediare a questo problema due donne hanno creato la piattaforma Werk, che propone lavori altamente qualificati fuori dall'ufficio e con la possibilità di programmare la propria agenda in modo flessibile. L'idea di fondo è che non importa la quantità di ore lavorate in un giorno, ciò che conta è la produttività finale. La piattaforma ha però due punti deboli: non si può applicare a molti tipi di lavoro ed è esclusivamente per donne. Mentre quello che si auspica è che si riescano a trovare soluzioni valide allo stesso tempo per donne e uomini.

Il percorso tracciato dall'Islanda evidenzia che la sfida per il futuro va affrontata su più fronti. Occorre cambiare il modo di pensare, rimuovere gli ostacoli che impediscono la piena partecipazione delle donne all'attività economica e sociale e far emergere la componente femminile anche nell'attività politica.

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