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La rivolta dei gilets gialli e quell'impegno civile che manca

Il presidente francese Emmanuel Macron durante il discorso rivolto alla nazione lo scorso 10 dicembre. Ludovic Marin/Pool via REUTERS
Il presidente francese Emmanuel Macron durante il discorso rivolto alla nazione lo scorso 10 dicembre. Ludovic Marin/Pool via REUTERS

Nei giorni scorsi, una parte dei cittadini francesi si è mostrata in disaccordo con le nuove scelte di Macron. Si tratta dei cosiddetti gilets jaunes, movimento appoggiato, secondo l’Institut d’Etudes Marketing et Opinion, dal 62% di operai, dal 56% di disoccupati e da una parte di pensionati. Questi gilets jaunes sono stati gli attori di vigorose proteste - con alcune derive violente - avvenute a più riprese nell’ultimo mese non solo a Parigi ma anche a Nizza e Marsiglia, ad esempio. Il bilancio finora è di qualche vittima, un migliaio di feriti e oltre 1000 arresti. E bensì queste proteste abbiano avuto luogo nelle maggiori città francesi, il disagio e la rabbia delle persone è più accentuato nelle campagne, da dove molti di questi gilet gialli provengono. Analizziamo il motivo di questa rivolta.

Una delle prime misure che Macron ha compiuto poco dopo la sua nomina nel 2017 è stata quella di limitare la patrimoniale (Isf, impôt sur la fortune), anche definita tassa dei ricchi, solo al patrimonio immobiliare (sopra 1,3 milioni), annullandola invece sugli investimenti finanziari. Questo con l’obiettivo di alimentare l’economia nazionale, facendo in modo che gli investitori francesi investano nel paese e non preferiscano situazioni più convenienti all’estero. Da allora, per alcuni, Macron è diventato il “presidente dei ricchi”. Non ha aiutato la mancanza di facilitazioni per le famiglie indigenti che invece se le aspettavano. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la tassa sul carburante diesel, considerato più inquinante, che Macron ha voluto aumentare per riuscire a promuovere mezzi di trasporto alternativi e poter rispettare i limiti europei di emissioni di diossido di carbonio.

Lo scorso lunedì 10 dicembre, il presidente Macron si è rivolto ai suoi cittadini, mostrandosi aperto a un dialogo pacifico, che metta da parte qualsiasi tipo di violenza. Concretamente, per venire incontro ai manifestanti, ha dichiarato l’aumento del salario minimo (Smic), oggi a 1184 euro netti e percepito da 1,6 milioni di persone, senza nessun costo aggiuntivo per il datore di lavoro. A partire dal 2019, gli straordinari saranno esentati da tassazioni e i bonus di fine anno defiscalizzati. Non ci saranno aumenti di imposizione per chi guadagna meno di 2mila euro al mese.

Il presidente francese non torna indietro invece sulla riforma della patrimoniale, rimanendo dell’idea che sia importante incentivare gli investimenti in Francia per rilanciare la crescita.  

Lo stato di agitazione in Francia ci testimonia una volta di più la distanza che si registra oggi nelle nostre democrazie tra élite al potere e rappresentati, tra establishment ed elettori. La progressiva delegittimazione dei corpi intermedi (stampa, associazioni, partiti politici, etc.) consegna anche le leadership più illuminate nelle mani di un’opinione pubblica a volte impreparata ma facilmente interconnessa, grazie ai social media e alle nuove tecnologie. Il rischio di una degenerazione dei nostri sistemi di democrazia liberale, in “brutte copie” di esempi storici di democrazia diretta (Atene), in salsa populista è grave e apparentemente irrimediabile. Un ritorno di noi Millennials all’impegno civile e alla partecipazione democratica è l’unico antidoto al proliferare di vicende come quella francese. 

@manu_scogna10 

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