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Migranti: gestione della crisi e investimenti nei paesi di origine

Sono oltre 85mila i migranti sbarcati in Italia da gennaio 2017. Un numero in crescita, che preoccupa gli italiani (sono già 93mila secondo le ultimissime stime del Governo italiano). Nigeria, Bangladesh, Guinea e Costa d’Avorio i principali paesi di provenienza: per un motivo o per un altro, persone che cercano un futuro diverso da quello che gli si prospetta nel loro paese. Persone che aumenteranno sempre di più, e che l’Italia, l’Europa devono imparare a gestire con impegno costante e intelligente.

Dimitris Avramopoulos, Commissario per la migrazione, a Bruxelles. REUTERS/Eric Vidal
Dimitris Avramopoulos, Commissario per la migrazione, a Bruxelles. REUTERS/Eric Vidal

Innanzitutto, si tratta di un fenomeno globale, inarrestabile e in crescita esponenziale. Se si passa da 79 milioni di residenti fuori dal proprio paese nel 1960 a quasi 250 milioni nel 2016 (dati UNHCR) è evidente che la gestione di flussi così imponenti deve essere il più possibile coordinata a livello internazionale e non può presentare soluzioni facili. In aggiunta, negli ultimi anni, l’Europa sta vivendo un’ulteriore emergenza perché circondata da paesi in guerra, che hanno aggravato le ondate migratorie in modo drammatico. 

Nei primi sei mesi del 2017, gli sbarchi in Italia sono aumentati del 19,5% rispetto allo stesso periodo del 2016. La spesa per il paese sfiora i 5 miliardi e Bruxelles contribuisce con 126 milioni. La Commissione europea sta lavorando per ricollocare i migranti negli altri stati membri. Il 12 luglio 2017, Macron, Merkel e Gentiloni si sono incontrati per gestire la questione. L’Italia chiede di aprire i porti dell’Unione, soprattutto in seguito agli irrigidimenti precedenti di Francia prima e Germania poi.  Ma ciò che occorre è una vera e propria politica migratoria europea, perché il fenomeno è europeo e non solo italiano. I flussi migratori verso l’Europa stanno crescendo: più di 60 200 migranti da Libia ed Egitto sono arrivati in Europa nei primi mesi del 2017, il 25% in più rispetto allo stesso periodo nel 2016. La chiusura delle frontiere non può essere la soluzione: in passato, non ha portato altro che migrazione illegale e persone senza documenti, che vivono necessariamente ai margini della società. Inoltre, questo ha contribuito alla crescita di partiti anti-immigrazione, il cui discorso politico si fonda sul presunto legame tra immigrazione e terrorismo.

L’altro verso della medaglia è quello di investire nei paesi di provenienza. Secondo lo studio Ocse Geographical distribution of financial flow to developing countries, i finanziamenti da parte dell’Italia all’Africa subsahariana si sono dimezzati in sei anni, passando da 415 milioni a 205 milioni di dollari, più del 50% in meno. Inoltre, l’Italia non ha mai speso niente in cooperazione allo sviluppo in paesi come la Nigeria e il Bangladesh, ai primi posti tra i paesi di origine dei flussi. C’è chi dice che costerebbe troppo. Ma i dati sottolineano che oggi spendiamo solo 250 milioni di euro in cooperazione allo sviluppo, molto poco se si paragonano ai 5 miliardi annuali, che è quanto costa l’accoglienza. Non sarebbe forse uno sforzo eccessivo cooperare più di quanto non si sia fatto finora. Si potrebbero utilizzare anche formule non tradizionali: ad esempio, avrebbe molto senso agganciare investimenti europei a grandi progetti come quello della via della Seta, intrapreso dalla Cina. I paesi di provenienza di 2/3 dei flussi di migranti verso l’Europa si trovano lungo l’antica via della Seta…

Nel 2015, 247 milioni di migranti che attraversano le frontiere hanno contribuito al 9,4% (6.7 trilioni di dollari) del PIL mondiale. Non solo: dal 2000 al 2014, i migranti hanno contribuito alla crescita della forza lavoro nelle principali destinazioni, dal 40 fino all’80%, a seconda del paese. Misure d’integrazione più efficaci potrebbero tradursi in incrementi di PIL mondiale fino a 1 trilione di dollari.

I migranti - se ben gestiti- possono essere una risorsa per l’Unione Europea che, secondo l’Ocse, avràbisogno di 250 milioni di cittadini in più nel 2060 per mantenere lo stesso standard di vita attuale e gli stessi livelli di welfare. Uno studio degli economisti Michael Clemens e Jennifer Hunt afferma che l’arrivo crescente di migranti, che cominciano a lavorare nel paese di accoglienza, non ha avuto nessun impatto negativo sui salari dei locali, che quindi non si devono preoccupare di perdere il posto di lavoro. In Italia, ad esempio, gli stranieri svolgono la maggior parte delle volte lavori che gli italiani tendono a non fare più e che però contribuiscono a sostenere l’economia e l’organizzazione delle nostre comunità. Allo stesso tempo, se prima l’essere migrante era strettamente correlato con un livello di educazione e un salario molto bassi, adesso lo è sempre meno, e anche loro hanno progressivamente accesso ai lavori più qualificati.

Dimitris Avramopoulos, Commissario per la migrazione, gli affari interni e la cittadinanza, sostiene che "un'integrazione rapida ed efficace dei cittadini di paesi terzi è fondamentale se vogliamo che la migrazione sia un fattore positivo per l'economia ed un elemento di coesione nella nostra società”.

@manu_scogna10

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