REUTERS/Jorge Silva
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Quando si parla di ambientalismo, i Millennials vogliono dimostrare a tutti i costi di essere una generazione attenta alla salvaguardia dell’ambiente e con un’innata coscienza verde. Ma la loro non è una rivoluzione culturale: anzi, secondo uno studio del 2011 condotto su un campione americano, la maggior parte dei Millennials non ama nemmeno darsi un’etichetta.


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La parola “ambientalista” non piace, meglio “amico dell’ambiente”, che suona più come uno stile di vita assolutamente “ordinario”, anziché una rivoluzione culturale. I Millennials preferiscono i mezzi pubblici all’auto, l’alimentazione bio alla convenzionale, i prodotti a basso consumo energetico, l’usato e il riciclato.

Se però i Millennials possono paventare una consapevolezza maggiore delle tematiche ambientali e in special modo sulla gravità del riscaldamento globale rispetto alle generazioni precedenti, c’è un aspetto che tendono spesso a non considerare, e che può arrivare a costituire una porzione considerevole del proprio carbon footprint (il parametro che viene utilizzato per stimare le emissioni di gas serra causate anche da un singolo individuo): il viaggio aereo.

C’è un dato inconfutabile su cui i ricercatori che hanno studiato la generazione Millennials sono d’accordo: viaggiano più spesso delle precedenti generazioni. Negli Stati Uniti, la Boston Consulting Group, in uno studio del 2015, riportò come più del 75% dei Millennials statunitensi preferisse spendere il proprio reddito in viaggi, concerti, mostre, anziché su beni materiali. Non solo, rispetto alla generazione X e ai baby boomers, i giovani adulti di oggi sarebbero più dinamici, più duttili e flessibili, e più attenti alle opportunità low cost. Il mantra è viaggiare di più, anche più a lungo, e favorire le nuove esperienze alle comodità e la sicurezza. D’altronde la generazione Millennials è stata quella più colpita dalla recessione economica, ed è la più scettica al risparmio per la pensione. Come dire: se c’è un’opportunità da cogliere ora, bisogna partire. Tutto ciò ha però un costo, dal punto di vista ambientale.

Il carbon footprint è un parametro che misura le emissioni di CO2 rilasciate nell’atmosfera da un prodotto, da un servizio o da una attività umana. L’Italia, che nel 2015 era al 18° posto mondiale per emissioni di CO2, registra una media di diossido di carbonio emessa per persona pari a 5.9 tonnellate annue, e i viaggi aerei ne rappresentano una parte considerevole, pari all’incirca al 15-20% delle emissioni annue per una persona che viaggia in via aerea per una media di 8-10 ore all’anno, circa due o tre viaggi andata e ritorno in Europa. E si parla sempre di un Millennial medio, con poche disponibilità economiche, e tanta voglia di viaggiare low cost, attraverso le tante offerte di viaggi a corto raggio proposte da varie compagnie all’interno del panorama europeo. Se poi si prendesse in considerazione l’idea di un viaggio intercontinentale dall’Europa, in direzione Sud America od Oceania ad esempio, il carbon footprint schizzerebbe alle stelle. Un tragitto di questo genere, di solito contornato da almeno un altro viaggio aereo interno, consumerebbe in appena poche ore più della media di emissioni annue di un italiano.

Se però già la media di emissioni di diossido di carbonio italiane richiederebbe lo sforzo di 3.4 terre per assorbirle tutte, resta difficile pensare a un’alternativa al viaggio aereo, anche quando questa risulterebbe molto più conveniente dal punto di vista ecologico. Ad esempio, un aereo Milano-Parigi ha un costo ambientale sei volte superiore a un treno alta velocità per la stessa tratta. Ci sono poi destinazioni per le quali l’aereo è l’unica via possibile, ad esempio le destinazioni internazionali. E rinunciare totalmente ai viaggi aerei, forse l’unico metodo breve e facile per rientrare all’interno di un carbon footprint più sostenibile, sarebbe inutilmente punitivo. Anche perché la via per rientrarci sarebbe molto difficoltosa: per fermare il cambiamento climatico dovremmo emettere 2 tonnellate di CO2 all’anno, un terzo di quante ne emettiamo già ora senza considerare i viaggi aerei più lunghi.

Si stima che l’intera industria dell’aviazione civile produca ogni anno emissioni equivalenti a quelle prodotte dai 129 paesi meno inquinanti del mondo. L’Icao, l’International Commercial Aviation Organisation, è arrivata con difficoltà nel 2016 a finalizzare un accordo sulla riduzione delle emissioni, coinvolgendo solamente una sessantina di Paesi che senza alcun vincolo, dovranno convincere le compagnie aeree a ridurre le emissioni. Spetterebbe quindi ai vettori aerei adottare nuove politiche per limitare le emissioni di CO2.

Ad oggi, Finnair, Tap Portugal e Virgin Australia sono le più green del settore, con Lufthansa e EasyJet subito dietro in classifica. Ma l’obiettivo non resta facile, perché i motori degli aerei, soprattutto quelli di nuova produzione come l’Airbus 320, sono già estremamente efficienti, e soluzioni come quella proposta da EasyJet di costruire aeromobili a idrogeno, coprirebbero solo una piccola percentuale delle tratte a corto e medio raggio, perché la tecnologia non è ancora sviluppata per il grande balzo nelle rotte commerciali.

In attesa di nuovi prototipi di aerei e di miglioramenti nella ricerca, i Millennials che vogliono continuare a viaggiare in maniera eco-informata, possono usare diversi portali. Ad esempio l’Icao mette a disposizione sul proprio sito le informazioni relative alla CO2 emessa per tratta e tipo di aeromobile, non facendo però distinzioni per compagnia aerea. Alcuni vettori invece, come Lufthansa, pubblicano sul proprio sito le quantità di emissioni scaricate nelle proprie tratte. Spetta quindi ai Millennials la responsabilità di viaggiare informati, scegliere le compagnie aeree meno inquinanti, e se possibile, preferire le tratte senza scalo.

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