Sessantotto ragazzi con in testa un obiettivo: carpire i misteri del fare business in Cina. Appunti a margine di un viaggio tra Hong Kong e Shanghai, dove ho capito che s’impara più sull’arte del negoziato in mezz’ora al mercato della seta che in un Master di Management

Piccola, vertiginosamente alta ed internazionale, ecco tre parole che mi vengono in mente pensando a Hong Kong, la prima tappa del viaggio organizzato dalla London Business School. Abituata a vivere a Londra, mi aspettavo Hong Kong come una metropoli che tende i suoi tentacoli all’infinito. Invece i suoi sette milioni e mezzo di abitanti si arrampicano su centinaia di grattacieli e palazzoni altissimi, cosicché girare la città a piedi non è un’impresa impossibile. Questa carenza di spazio, però crea una pressione importante sui prezzi delle proprietà, cosa che alcuni indicano come fattore che potrebbe a lungo termine minare la posizione di Hong Kong come principale centro economico asiatico.


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Divenuta una colonia britannica dopo la prima guerra dell’oppio a metà Ottocento e passata sotto il controllo cinese soltanto nel 1997 con la formula “Un Paese, due sistemi”, Hong Kong gode ancora oggi di un sistema giuridico proprio. Le tensioni con Pechino però sono cresciute molto negli ultimi anni per via dei tentativi del potere centrale di svuotare l’autonomia 4 nella cosiddetta 2rivoluzione degli ombrelli”. Ma Hong Kong conserva uno sguardo decisamente più internazionale rispetto, come avrei presto scoperto, alle metropoli della Cina continentale. E dai tassisti ai ristoratori, dai poliziotti agli impiegati, non è raro riuscire a conversare in inglese.

A Hong Kong visitiamo, fra l’altro, due dei conglomerati più importanti dell’Asia, Swire e CK Holdings. Questi giganti aziendali posseggono compagnie aeree, infrastrutture, strutture alberghiere, proprietà, reti telefoniche e internet e compagnie elettriche in Asia e nel mondo. Qui riesco ad appropriarmi dei primi segreti del business cinese, che non è fatto solo di predatori e innovatori (vedi il caso Huawei) ma anche, e soprattutto, di politiche prudenti da parte dei cosiddetti smart followers, come amano definirsi.

Victor Li, Deputy Chairman e Managing Director di CK Holdings, afferma: “La rovina del nostro tempo è la predilezione per il breve termine, i risultati del trimestre e dell’anno; solo quando le imprese guarderanno ai dieci, ai venti e ai trent’anni avremmo un mondo del business più sostenibile”. Col vicepresidente del gruppo da 130 miliardi di dollari discutiamo di diversi temi, dalla protezione ambientale (“non sono preoccupato, esistono meravigliose opportunità di business in settori enviroment-friendly”) ai conflitti di interesse che possono verificarsi operando in settori strategici in un Paese straniero (“gli altri Paesi ci rispettano perché siamo un gruppo veramente internazionale, non rappresentiamo nessuno: solo così riusciamo a fare affari in Cina e negli Stati Uniti, in Qatar e a Dubai, in Israele e in Palestina”) ai conflitti sociali provenienti anche dall’avanzamento demografico (“questo mi preoccupa molto: non ci sono spazio, né risorse né lavoro per tutte queste persone, specialmente data la progressiva automazione di tutti i settori industriali”).

Un altro grande tema che colgo a Hong Kong è l’estremo rispetto per la gerarchia, aziendale e sociale, che si traduce nei modi più disparati, non ultimo nel bere. È infatti uso in Cina, dopo aver affermato “Gambei!” (letteralmente, “alla goccia”), che i bicchieri contenenti i fortissimi liquori tipici si scontrino, ma mai in modo casuale: il calice del commensale con status sociale o professionale più elevato sarà tenuto più sollevato nel momento del brindisi, colpendo i bicchieri degli altri ospiti in un punto più alto rispetto agli altri.

Tre giorni dopo, eccoci a Shanghai, dove visitiamo perlopiù grande aziende che hanno la loro sede principale in Europa o negli Stati Uniti, per discutere delle sfide di trasferire un business model occidentale in Cina. Qui, in una città in cui il controllo del Partito si fa sentire in modo molto più netto rispetto a Hong Kong, i buoni rapporti col governo come fattore cruciale per il successo è un tema che torna di continuo. Molte aziende occidentali, come la Volkswagen, possono operare solo se in joint venture con società locali. Tra le eccezioni, spicca la Tesla, che gode di trattamento preferenziale data l’importanza data dal Partito alla riduzione dell’inquinamento nelle aree urbane.

Il governo favorisce ricerca e sviluppo (offrendo ad alcune società di aprire centri di ricerca in rent-free zones), influenza le strategie aziendali (come quelle di Disneyland Resort Shanghai, che si è vista bocciare il proprio listino prezzi) e porta compagnie private ad agire nell’interesse dello Stato (molte compagnie aeree volano su rotte interne a bassa profittabilità o a perdita per imposizione governativa).

Nella sede della Bosch affrontiamo, fra l’altro, il tema del confronto, che i cinesi, per cultura e predisposizione, evitano ad ogni costo. Delicato, quindi, fare business in Asia per aziende che valorizzano il concetto, tipicamente americano, di “feedback onesto e diretto”.

Alla Fudan School of Management, infine, tiriamo le fila della nostra esperienza cinese, affrontando molti dei temi intuiti e intravisti nelle varie visite aziendali. Zeng Chengua, professore di strategia aziendale consiglia, ad esempio, di fare business con partner cinesi solo se si è pronti a riporre piena fiducia nella controparte e a condividere sia i guadagni che le perdite. In questa richiesta di fiducia, affiora il sospetto che le aziende occidentali sfruttino risorse cinesi (non ultima la forza lavoro), esportando i benefici esclusivamente nei Paesi di provenienza. Da qui l’enfasi posta sulle pratiche di Corporate Social Responsability promosse dalla stragrande maggioranza delle aziende da noi visitate: dall’educazione alla sanità alla lotta contro la criminalità, sono tanti i modi in cui le società occidentali mostrano la propria volontà di contribuire all’avanzamento della Cina.

Da questo viaggio porto a casa un mondo nuovo, che agisce secondo regole proprie, una giungla di persone e relazioni che con umiltà dobbiamo imparare a conoscere. Porto a casa anche viste mozzafiato di grattacieli finché e la meraviglia di scoprire dedali di viuzze antiche aprirsi dietro spiazzi con stradoni a sei livelli. Porto a casa un entusiasmo nuovo, e la consapevolezza che noi Millennials siamo incredibilmente fortunati a vivere in un mondo così interconnesso e ricco di possibilità. E porto a casa anche nuove capacità di negoziare, che nemmeno un Master in Management può insegnarti bene quanto una mezz’ora passata al mercato della seta.

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